venerdì 18 febbraio 2011

L’Italia è…unita da 150 anni…

Il tricolore simbolo di Libertà è unità nazionale compie in realta ben 214 anni


 


bandiera-italianaOgni bandiera ha una propria storia, un significato e a volte, subisce delle  modifiche, che rispecchiano la storia di uno Stato. Quindi possiamo asserire che la bandiera e l’espresso dell’unita Nazionale, essa rappresenta lo Stato e il complesso dei suoi cittadini. 




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La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabilisce all’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Ma nel passato non è stata sempre così, perchè non esisteva un’ Italia unita come oggi.


 La nascita della bandiera italiana


I primi a ideare la bandiera nazionale sono stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, natio del capoluogo emiliano, e Giovanni Battista de Rolandis, originario di Castell’Alfero di Asti, che nell’autunno del 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, colore della speranza. Si erano prefissi di organizzare una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l’antica indipendenza perduta con la sudditanza agli Stati della Chiesa. La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia, insieme ad altri cittadini.


Il tricolore Bandiera ufficiale


Il Tricolore come bandiera ufficiale dell’Italia nasce il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, dove si riuni a congresso i maggiorenti della neonata repubblica Cispadana vi erano infatti convenuti i delegati di quattro città ,Reggio, Modena, Ferrara e Bologna sotto la presidenza del ferrarese Carlo Facci.che si erano scrollati di dosso i loro dominatori, il Papa da Bologna a Ferrara e i Duchi d’Este da Modena e Reggio che era sotto protettorato Austriaco, con l’aiuto dei Francesi di Napoleone, intenzionati a costituire la Repubblica Cisalpina. Fu un sacerdote, Giuseppe Compagnoni che propose e fece decretare «che lo stemma della Repubblica Cispadana sia innalzato in tutti quei luoghi ne’quali è solito che si tenga lo stemma della sovranità» e che «l’era della Repubblica Cispadana incominci dal primo giorno di gennaio del corrente anno del 1797». Egli, inoltre, propose che lo stendardo, la bandiera Cispadana, formato dai tre colori verde, bianco e rosso, fosse «reso universale». La proposta venne approvata nella seduta del 21 gennaio, sempre dello stesso anno, tenutasi a Modena dove, ove nel frattempo, erano stati spostati i lavori congresuali.


La consacrazione del Vessillo, come accenato, avvenne nella sala dell’Archivio Ducale, oggi soprannominata sala del Tricolore, alla presenza di 36 delegati di Bologna, 24 di Ferrara, 22 di Modena e 20 da Reggio. Perché la scelta di Reggio Emilia? Forse perchè a Reggio Emilia si era piantato per la prima volta in Italia l’albero della libertà, un grande albero che rappresentava la natura, adorno di nastri tricolori e sormontato da emblemi rivoluzionari. Sul modello di quello della rivoluzione francese piantato a Parigi, la dove sorgeva la Bastiglia.


Il Tricolore sventolò in Italia sino alla caduta di Napoleone nel 1814. Con il ritorno del dominio austriaco, la bandiera dei tre colori, divenne simbolo di sovversione e di cospirazione giaccobina; e da quel tempo venne consacrato con il sangue dei martiri come unica bandiera dell’ Italia, che vedeva l’ avvio dei moti carbonari, con il sostegno della massoneria, un lungo e sanguinoso cammino verso la unità nazionale. Il Tricolore riemerse ufficialmente il 23 marzo del 1848, quando Carlo Alberto lo adottò come bandiera aggiungendo al centro lo stemma sabaudo.


Allocuzione di sua altezza il Re Carlo Alberto per la grazia di Dio Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, del Moferrato, e d’Aosta, Principe del Piemonte.


“Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai Nostri amatissimi sudditi col Nostro proclama  con cui abbiamo voluto dimostrare, in mezzo agli eventi straordinarii che circondavano il paese, come la Nostra confidenza in loro crescesse colla gravità delle circostanze, e come prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del Nostro cuore fosse ferma Nostra intenzione di conformare le loro sorti alla ragione dei tempi, agli interessi ed alla dignità della Nazione.Considerando Noi le larghe e forti istituzioni rappresentative contenute nel presente Statuto Fondamentale come un mezzo il più sicuro di raddoppiare quei vincoli d’indissolubile affetto che stringono all’ìtala Nostra Corona un Popolo, che tante prove Ci ha dato di fede, d’obbedienza e d’amore, ragione per cui adottiamo il tricolore con il nostro stemma quale simbolo della suprema volontà di adire a un Italia unita, abbiamo determinato di sancirlo e promulgarlo, nella fiducia che Iddio benedirà le pure Nostre intenzioni, e che la Nazione libera, forte e felice si mostrerà sempre più degna dell’antica fama, e saprà meritarsi un glorioso avvenire”


La prima apparizione come bandiera


Della bandiera tricolore fu a Milano nel 1796, un anno prima della celebrazione ufficiale a Reggio Emilia, e fu lo stesso Napoleone a consegnare uno stendardo verde, bianco e rosso e ad un corpo di volontari lombardi, e alla sommità dell’asta vi era il “livello” massonico.


Come si intese il tricolore; bianco e rosso erano due dei tre colori della bandiera francese e il verde era il colore dell’albero della libertà, mentre il blu della bandiera francese era il colore della comune di Parigi, che secondo la tradizione giacobina, rappresentava la natura e quindi il simbolo del diritto dei popoli alla libertà.


Alcuni storici parlando del colore verde come il colore iniziatico della massoneria, il che puo essere verosimile e non solo perchè la bandiera dei tre colori consegnata da Napoleone ai volontari lombardi aveva sull’asta il “livello” massonico, ma perché il Tricolore era la bandiera divenuta simbolo di libertà e speranza di unità nazionale quindi, sacra nelle vendite” carbonare e nelle logge” massoniche, oltre che agli aderenti alla Giovane Italia di Mazziniana memoria.


Va detto che le celebrazioni del primo centenario del Tricolore, tenutosi a Reggio Emilia, 7 gennaio 1897, Vi prese parte anche Giosuè Carducci, noto massone e grande sostenitore della causa risorgimentale; Il quale, rivolgendosi ai cittadini delle quattro città iniziò il suo dire dopo i convenevoli del caso:


 ”Con risuonano ancora nell’austerità della storia a vostro onore, le parole che il Congresso Cispadano mandava da queste mura al popolo di Reggio. Il vostro zelo per la causa della libertà fu eguale al vostro amore per il buon ordine. Sapranno i popoli di Modena, di Ferrara, di Bologna e il popolo di Reggio Emilia, esempio nella carriera della gloria e della virtù. L’epoca della nostra repubblica ebbe il principio fra queste mura e quest’epoca luminosa sarà uno dei più bei momenti della città di Reggio.


L’Assemblea costituente delle quattro città segnò il primo passo da un confuso vagheggiamento di confederazioni al proposito dell’unità statuale, che fu il nocciolo dell’unità nazionale. Quelle città che sino allora s’erano riscontrate solo sui campi di battaglia con la spada calante a ferire, con l’ira scoppiante a maledire; che fio in una dissonanza d’accento fra fraterni dialetti cercavano la barriera immortale della divisione e dell’odio; che fino inventarono un modo nuovo di poesia per oltraggiarsi, quelle città si erano per una volta trovate a gittarsi l’una nelle braccia dell’altra, acclamando la repubblica una e indivisibile.


Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci nel santo Vessillo; ma i colori della nostra primavera, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli e le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti della virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede sicura e serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù dei poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera che ella era la più bella di tutte e che voleva lei e con lei la libertà”.


Ricordiamo brevemente quali furono le premesse all’unità Nazionale.


Le idee liberali, le speranze suscitate dall’Illuminismo e i valori della Rivoluzione francese furono portate in Italia da Napoleone sulla punta delle baionette dell’Armée d’Italie. Rovesciati gli stati preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti “giacobini” italiani, si erano stabilmente insediati nella Pianura Padana, creando repubbliche su modello francese (Repubblica Cispadana), rivoluzionando la vita del tempo, portando sì idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale.


Era nato così un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, socialisti o anticlericali, liberali, i monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l’ambizione espansionista di Casa Savoia tendente a raggiungere l’unità della Pianura Padana, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico industriale, superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano stati in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un’idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.


Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.


Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel meridione.


Dopo il Congresso di Vienna, l’influenza francese nella vita politica italiana lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete neo massoniche; in tale quadro gli esuli italiani, come Antonio Panizzi, s’impegnavano a stabilire contatti con le potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.


In tale panorama patriottico rivoluzionario, una delle prime associazioni segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società segreta organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli, che culminarono con la presa della città nel 1820, poi persa ad opera dell’Austria, intervenuta con la Santa Alleanza, una sorta di polizia internazionale tra Austria, Prussia e Russia, per tutelare i propri interessi egemonici in nome dei principi dell’ordine internazionale e dell’equilibrio. Occorre però dire che il primo reale moto carbonaro avrebbe dovuto effettuarsi a Macerata, nello stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817.


I moti rivoluzionari degli anni 1820/1821, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici che soffocavano le libertà d’Italia e degli italiani in quegli anni, assunsero tuttavia connotazioni diverse da stato a stato e da città a città.


Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l’insurrezione accolse tensioni e inquietudini anti austriache, già manifestatesi in quella città, nel gennaio 1821, dai moti studenteschi soffocati nel sangue dalla stessa polizia sabauda. Per tale ragione questi ultimi moti videro come protagonista uno degli uomini simbolo del nostro Risorgimento come Santorre di Santarosa. Anche a Milano partecipò ai moti una componente patriottica e anti austriaca guidata dal conte Federico Confalonieri, deportato, subito dopo il fallimento dell’insurrezione, nel carcere dello Spielberg, dove era già presente da alcuni mesi Silvio Pellico.


Le rivolte per lo più fallirono per la mancanza di coordinamento tra i congiurati e per l’assenza o l’indifferenza delle masse popolari sopra tutto contadine, che non avevano ancora assimilato una coscienza unitaria.


Due indimenticabili eroi-Mazzini e Garibaldi- breve parentesi.


A partire dai primi anni trenta dell’Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini. Nato a Genova nel 1805, divenne animato sostenitore della Carboneria nel 1830. La propria attività di ideologo Repubblicano, e organizzatore lo costrinse a lasciare l’Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario Repubblicano, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea.


La condivisione del programma mazziniano portò Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, a partecipare ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, per il fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile, Uruguay e  Perù, da ultimo in  Grecia.


Salvo poi rientrare e organizzare la famosa spedizione dei mille con il placet dello stesso governo Sabaudo.


elab-g.m.s.

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