giovedì 17 febbraio 2011

Il paradiso in rovina

Ero andato da solo, con tutti i mezzi possibili. Autobus scassati che perdevano le ruote per strada, lungo dirupi di mille metri; camion colorati, abbarbicato sul tetto, con le trombe che laceravano l’aria sottile dell’altura. Tra pareti di ghiaccio in pieno luglio, a 4000 metri di quota, su improbabili passi aperti solo qualche ora al giorno e presidiati dall’esercito.

Montagne di settemila metri, di pietra friabile e rocce antiche, punteggiate a valle da fazzoletti verdissimi di orzo e colza. Miraggi stupefacenti, enfatizzati da centinaia di stupa a sacralizzare lo spazio. La notte, sembrava di poter toccare le stelle, tanto erano vicine e brillanti. E l’euforia dell’altitudine faceva il resto, trasformando ogni emozione in pianto di gioia profonda.

Credevo di aver trovato Shangri-La, e nessuno – ancora oggi – mi può convincere che il Ladakh non sia un luogo benedetto, dove mi piacerebbe riposare per sempre, un giorno.

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Un anno dopo ritornai. A un certo punto, durante una sommossa, mi trovai con la mia compagna sotto coprifuoco. Ci fu un po’ di confusione: lei cadde e si ferì gravemente. Riuscimmo con gravi difficoltà a raggiungere un ospedale (dovetti minacciare un ufficiale, che non voleva prendersi alcuna responsabilità) e finalmente, in attesa dell’unico chirurgo di un territorio grande quanto mezza Italia, ci potemmo rilassare qualche momento.

Mi presi la libertà di parlare con un infermiere, un pacioso tibetano che sembrava sorridere ad ogni respiro. Mi disse che l’ospedale era nuovo, appena costruito. Mi guardai intorno: pareti di adobe (paglia, fango e sterco) imbiancate a calce. Feci i complimenti per la pulizia e mi congratulai per il loro nuovo ospedale. Lui rise e disse: «Ogni anno è nuovo! Perché quando piove (e ogni anno lassù piove solo per tre giorni circa) l’edificio si “scioglie”, e così tocca ricostruirlo…». Rideva contento e per un attimo credetti che stesse scherzando.

Faceva invece terribilmente sul serio. Lo seppi poi. E ammirai ancora una volta quella loro capacità di accettare l’impermanenza anche quando ti disfa le tue cose e ti impone di ricominciare da capo…

*****

Ebbene: è di queste ore la notizia che la vallata di Leh è pressocché spazzata via da una coltre di fango e detriti. Piogge torrenziali, dicono. Fine di un mondo – aggiungo – che non sarà mai più lo stesso.

E intanto vedo quella gente, i volti più miti e contenti che possa ricordare nello spazio di mondo che ho vissuto, fuggire dal fango che li travolge, dalle case che si “sciolgono” come mai prima, ben sapendo che siamo a una resa dei conti.

Un possente «Om Mani Padme Hum» si leva dalle valli allagate. Lo sento e mi associo con tutto il mio cuore. Vorrei essere lì con loro, perché una parte di me è di famiglia in quel posto.

E intanto non credo alla fatalità e, come abitante di questo pianeta, mi sento anche responsabile. Siamo riusciti a distruggere l’ultimo lembo di paradiso in terra: come possiamo credere di meritarcene un altro dopo?


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