Ero andato da solo, con tutti i mezzi possibili. Autobus scassati che perdevano le ruote per strada, lungo dirupi di mille metri; camion colorati, abbarbicato sul tetto, con le trombe che laceravano l’aria sottile dell’altura. Tra pareti di ghiaccio in pieno luglio, a 4000 metri di quota, su improbabili passi aperti solo qualche ora al giorno e presidiati dall’esercito.
Montagne di settemila metri, di pietra friabile e rocce antiche, punteggiate a valle da fazzoletti verdissimi di orzo e colza. Miraggi stupefacenti, enfatizzati da centinaia di stupa a sacralizzare lo spazio. La notte, sembrava di poter toccare le stelle, tanto erano vicine e brillanti. E l’euforia dell’altitudine faceva il resto, trasformando ogni emozione in pianto di gioia profonda.
Credevo di aver trovato Shangri-La, e nessuno – ancora oggi – mi può convincere che il Ladakh non sia un luogo benedetto, dove mi piacerebbe riposare per sempre, un giorno.

Un anno dopo ritornai. A un certo punto, durante una sommossa, mi trovai con la mia compagna sotto coprifuoco. Ci fu un po’ di confusione: lei cadde e si ferì gravemente. Riuscimmo con gravi difficoltà a raggiungere un ospedale (dovetti minacciare un ufficiale, che non voleva prendersi alcuna responsabilità) e finalmente, in attesa dell’unico chirurgo di un territorio grande quanto mezza Italia, ci potemmo rilassare qualche momento.
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Mi presi la libertà di parlare con un infermiere, un pacioso tibetano che sembrava sorridere ad ogni respiro. Mi disse che l’ospedale era nuovo, appena costruito. Mi guardai intorno: pareti di adobe (paglia, fango e sterco) imbiancate a calce. Feci i complimenti per la pulizia e mi congratulai per il loro nuovo ospedale. Lui rise e disse: «Ogni anno è nuovo! Perché quando piove (e ogni anno lassù piove solo per tre giorni circa) l’edificio si “scioglie”, e così tocca ricostruirlo…». Rideva contento e per un attimo credetti che stesse scherzando.

Faceva invece terribilmente sul serio. Lo seppi poi. E ammirai ancora una volta quella loro capacità di accettare l’impermanenza anche quando ti disfa le tue cose e ti impone di ricominciare da capo…
*****
Ebbene: è di queste ore la notizia che la vallata di Leh è pressocché spazzata via da una coltre di fango e detriti. Piogge torrenziali, dicono. Fine di un mondo – aggiungo – che non sarà mai più lo stesso.
E intanto vedo quella gente, i volti più miti e contenti che possa ricordare nello spazio di mondo che ho vissuto, fuggire dal fango che li travolge, dalle case che si “sciolgono” come mai prima, ben sapendo che siamo a una resa dei conti.
Un possente «Om Mani Padme Hum» si leva dalle valli allagate. Lo sento e mi associo con tutto il mio cuore. Vorrei essere lì con loro, perché una parte di me è di famiglia in quel posto.
E intanto non credo alla fatalità e, come abitante di questo pianeta, mi sento anche responsabile. Siamo riusciti a distruggere l’ultimo lembo di paradiso in terra: come possiamo credere di meritarcene un altro dopo?
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