venerdì 18 febbraio 2011

L’Italia è…unita da 150 anni…

Il tricolore simbolo di Libertà è unità nazionale compie in realta ben 214 anni


 


bandiera-italianaOgni bandiera ha una propria storia, un significato e a volte, subisce delle  modifiche, che rispecchiano la storia di uno Stato. Quindi possiamo asserire che la bandiera e l’espresso dell’unita Nazionale, essa rappresenta lo Stato e il complesso dei suoi cittadini. 




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La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabilisce all’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Ma nel passato non è stata sempre così, perchè non esisteva un’ Italia unita come oggi.


 La nascita della bandiera italiana


I primi a ideare la bandiera nazionale sono stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, natio del capoluogo emiliano, e Giovanni Battista de Rolandis, originario di Castell’Alfero di Asti, che nell’autunno del 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, colore della speranza. Si erano prefissi di organizzare una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l’antica indipendenza perduta con la sudditanza agli Stati della Chiesa. La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia, insieme ad altri cittadini.


Il tricolore Bandiera ufficiale


Il Tricolore come bandiera ufficiale dell’Italia nasce il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, dove si riuni a congresso i maggiorenti della neonata repubblica Cispadana vi erano infatti convenuti i delegati di quattro città ,Reggio, Modena, Ferrara e Bologna sotto la presidenza del ferrarese Carlo Facci.che si erano scrollati di dosso i loro dominatori, il Papa da Bologna a Ferrara e i Duchi d’Este da Modena e Reggio che era sotto protettorato Austriaco, con l’aiuto dei Francesi di Napoleone, intenzionati a costituire la Repubblica Cisalpina. Fu un sacerdote, Giuseppe Compagnoni che propose e fece decretare «che lo stemma della Repubblica Cispadana sia innalzato in tutti quei luoghi ne’quali è solito che si tenga lo stemma della sovranità» e che «l’era della Repubblica Cispadana incominci dal primo giorno di gennaio del corrente anno del 1797». Egli, inoltre, propose che lo stendardo, la bandiera Cispadana, formato dai tre colori verde, bianco e rosso, fosse «reso universale». La proposta venne approvata nella seduta del 21 gennaio, sempre dello stesso anno, tenutasi a Modena dove, ove nel frattempo, erano stati spostati i lavori congresuali.


La consacrazione del Vessillo, come accenato, avvenne nella sala dell’Archivio Ducale, oggi soprannominata sala del Tricolore, alla presenza di 36 delegati di Bologna, 24 di Ferrara, 22 di Modena e 20 da Reggio. Perché la scelta di Reggio Emilia? Forse perchè a Reggio Emilia si era piantato per la prima volta in Italia l’albero della libertà, un grande albero che rappresentava la natura, adorno di nastri tricolori e sormontato da emblemi rivoluzionari. Sul modello di quello della rivoluzione francese piantato a Parigi, la dove sorgeva la Bastiglia.


Il Tricolore sventolò in Italia sino alla caduta di Napoleone nel 1814. Con il ritorno del dominio austriaco, la bandiera dei tre colori, divenne simbolo di sovversione e di cospirazione giaccobina; e da quel tempo venne consacrato con il sangue dei martiri come unica bandiera dell’ Italia, che vedeva l’ avvio dei moti carbonari, con il sostegno della massoneria, un lungo e sanguinoso cammino verso la unità nazionale. Il Tricolore riemerse ufficialmente il 23 marzo del 1848, quando Carlo Alberto lo adottò come bandiera aggiungendo al centro lo stemma sabaudo.


Allocuzione di sua altezza il Re Carlo Alberto per la grazia di Dio Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, del Moferrato, e d’Aosta, Principe del Piemonte.


“Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai Nostri amatissimi sudditi col Nostro proclama  con cui abbiamo voluto dimostrare, in mezzo agli eventi straordinarii che circondavano il paese, come la Nostra confidenza in loro crescesse colla gravità delle circostanze, e come prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del Nostro cuore fosse ferma Nostra intenzione di conformare le loro sorti alla ragione dei tempi, agli interessi ed alla dignità della Nazione.Considerando Noi le larghe e forti istituzioni rappresentative contenute nel presente Statuto Fondamentale come un mezzo il più sicuro di raddoppiare quei vincoli d’indissolubile affetto che stringono all’ìtala Nostra Corona un Popolo, che tante prove Ci ha dato di fede, d’obbedienza e d’amore, ragione per cui adottiamo il tricolore con il nostro stemma quale simbolo della suprema volontà di adire a un Italia unita, abbiamo determinato di sancirlo e promulgarlo, nella fiducia che Iddio benedirà le pure Nostre intenzioni, e che la Nazione libera, forte e felice si mostrerà sempre più degna dell’antica fama, e saprà meritarsi un glorioso avvenire”


La prima apparizione come bandiera


Della bandiera tricolore fu a Milano nel 1796, un anno prima della celebrazione ufficiale a Reggio Emilia, e fu lo stesso Napoleone a consegnare uno stendardo verde, bianco e rosso e ad un corpo di volontari lombardi, e alla sommità dell’asta vi era il “livello” massonico.


Come si intese il tricolore; bianco e rosso erano due dei tre colori della bandiera francese e il verde era il colore dell’albero della libertà, mentre il blu della bandiera francese era il colore della comune di Parigi, che secondo la tradizione giacobina, rappresentava la natura e quindi il simbolo del diritto dei popoli alla libertà.


Alcuni storici parlando del colore verde come il colore iniziatico della massoneria, il che puo essere verosimile e non solo perchè la bandiera dei tre colori consegnata da Napoleone ai volontari lombardi aveva sull’asta il “livello” massonico, ma perché il Tricolore era la bandiera divenuta simbolo di libertà e speranza di unità nazionale quindi, sacra nelle vendite” carbonare e nelle logge” massoniche, oltre che agli aderenti alla Giovane Italia di Mazziniana memoria.


Va detto che le celebrazioni del primo centenario del Tricolore, tenutosi a Reggio Emilia, 7 gennaio 1897, Vi prese parte anche Giosuè Carducci, noto massone e grande sostenitore della causa risorgimentale; Il quale, rivolgendosi ai cittadini delle quattro città iniziò il suo dire dopo i convenevoli del caso:


 ”Con risuonano ancora nell’austerità della storia a vostro onore, le parole che il Congresso Cispadano mandava da queste mura al popolo di Reggio. Il vostro zelo per la causa della libertà fu eguale al vostro amore per il buon ordine. Sapranno i popoli di Modena, di Ferrara, di Bologna e il popolo di Reggio Emilia, esempio nella carriera della gloria e della virtù. L’epoca della nostra repubblica ebbe il principio fra queste mura e quest’epoca luminosa sarà uno dei più bei momenti della città di Reggio.


L’Assemblea costituente delle quattro città segnò il primo passo da un confuso vagheggiamento di confederazioni al proposito dell’unità statuale, che fu il nocciolo dell’unità nazionale. Quelle città che sino allora s’erano riscontrate solo sui campi di battaglia con la spada calante a ferire, con l’ira scoppiante a maledire; che fio in una dissonanza d’accento fra fraterni dialetti cercavano la barriera immortale della divisione e dell’odio; che fino inventarono un modo nuovo di poesia per oltraggiarsi, quelle città si erano per una volta trovate a gittarsi l’una nelle braccia dell’altra, acclamando la repubblica una e indivisibile.


Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci nel santo Vessillo; ma i colori della nostra primavera, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli e le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti della virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede sicura e serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù dei poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera che ella era la più bella di tutte e che voleva lei e con lei la libertà”.


Ricordiamo brevemente quali furono le premesse all’unità Nazionale.


Le idee liberali, le speranze suscitate dall’Illuminismo e i valori della Rivoluzione francese furono portate in Italia da Napoleone sulla punta delle baionette dell’Armée d’Italie. Rovesciati gli stati preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti “giacobini” italiani, si erano stabilmente insediati nella Pianura Padana, creando repubbliche su modello francese (Repubblica Cispadana), rivoluzionando la vita del tempo, portando sì idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale.


Era nato così un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, socialisti o anticlericali, liberali, i monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l’ambizione espansionista di Casa Savoia tendente a raggiungere l’unità della Pianura Padana, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico industriale, superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano stati in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un’idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.


Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.


Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel meridione.


Dopo il Congresso di Vienna, l’influenza francese nella vita politica italiana lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete neo massoniche; in tale quadro gli esuli italiani, come Antonio Panizzi, s’impegnavano a stabilire contatti con le potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.


In tale panorama patriottico rivoluzionario, una delle prime associazioni segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società segreta organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli, che culminarono con la presa della città nel 1820, poi persa ad opera dell’Austria, intervenuta con la Santa Alleanza, una sorta di polizia internazionale tra Austria, Prussia e Russia, per tutelare i propri interessi egemonici in nome dei principi dell’ordine internazionale e dell’equilibrio. Occorre però dire che il primo reale moto carbonaro avrebbe dovuto effettuarsi a Macerata, nello stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817.


I moti rivoluzionari degli anni 1820/1821, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici che soffocavano le libertà d’Italia e degli italiani in quegli anni, assunsero tuttavia connotazioni diverse da stato a stato e da città a città.


Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l’insurrezione accolse tensioni e inquietudini anti austriache, già manifestatesi in quella città, nel gennaio 1821, dai moti studenteschi soffocati nel sangue dalla stessa polizia sabauda. Per tale ragione questi ultimi moti videro come protagonista uno degli uomini simbolo del nostro Risorgimento come Santorre di Santarosa. Anche a Milano partecipò ai moti una componente patriottica e anti austriaca guidata dal conte Federico Confalonieri, deportato, subito dopo il fallimento dell’insurrezione, nel carcere dello Spielberg, dove era già presente da alcuni mesi Silvio Pellico.


Le rivolte per lo più fallirono per la mancanza di coordinamento tra i congiurati e per l’assenza o l’indifferenza delle masse popolari sopra tutto contadine, che non avevano ancora assimilato una coscienza unitaria.


Due indimenticabili eroi-Mazzini e Garibaldi- breve parentesi.


A partire dai primi anni trenta dell’Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini. Nato a Genova nel 1805, divenne animato sostenitore della Carboneria nel 1830. La propria attività di ideologo Repubblicano, e organizzatore lo costrinse a lasciare l’Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario Repubblicano, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea.


La condivisione del programma mazziniano portò Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, a partecipare ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, per il fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile, Uruguay e  Perù, da ultimo in  Grecia.


Salvo poi rientrare e organizzare la famosa spedizione dei mille con il placet dello stesso governo Sabaudo.


elab-g.m.s.

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giovedì 17 febbraio 2011

Il colore del mondo

Ciao a tutti.

Ogni anno che finisce, simbolicamente, apre le porte ad un inizio.

Un momento perfetto, quindi, per ripartire.

Dopo molto silenzio (ed è stato per lo più un problema di tempo), ho voluto rileggere i commenti ai vecchi post. Commenti a cui quasi mai rispondo, per una forma celata di rispetto ad espressioni che non richiedono risposte, ma affermano visioni, idee ed esperienze che vanno ad arricchire questo “nostro” piccolo spazio di mondo.

Ringrazio tutti, e provo a ripartire con un nuovo anno pieno di novità. Lo faccio – simbolicamente – con un vecchio scritto, una “cosa” di più di dieci anni fa, che comunque mi sembra adatta per ricominciare. Si tratta di una sorta di breve racconto fantastico. A voi decidere se offre quello stesso ottimismo – quello stesso sorriso – che ha fornito a me quando una notte, tanti anni fa, lo ho sognato.

*****

Gli occhioni stupiti del bimbo spaziavano sul grande mare. Forse lo vedeva per la prima volta, e le parole ancora limitate del suo linguaggio gli impedivano di capire a fondo di che cosa si trattasse.

Ma, forse, proprio per questo, poteva davvero guardare quella “cosa” in silenzio, domandandosi solo da quali narici e quale bocca smisurata potesse sortire quel respiro così immenso che, tutto intorno a lui, poteva chiaramente sentire.

Non si accorse quasi del vecchio che stava seduto poco più in là. Un uomo assorto, nella sua veste di velluto porpora, appena mossa dal vento di quel mattino trasparente.

Il bimbo, avvertì d’un tratto quella presenza, e il suo sguardo curioso si fissò sulla lunga barba dell’uomo.

Lo osservava come solo i bambini sanno fare, senza vergognarsi di violare quell’intimità che il vecchio palesemente stava vivendo con se stesso.

Il vento si era un poco calmato, quando l’uomo cominciò a parlare. Lo fece senza affettazione, come si parla a un vecchio amico, o come si pensa tra sé e sé, talvolta.

«Non ti sembra che sia troppo grande per i nostri occhi?», disse indicando il mare con gesto dolce, forse temendo una fuga precipitosa del piccolo, o un pianto di paura.

Il bimbo si avvicinò invece incuriosito e, sedendo tranquillo sulla roccia, rispose: «No, signore».

Il vecchio sorrise. «Hai ragione, figliolo», sillabò lentamente. «Nulla di ciò che ci è dato di guardare è troppo grande».

Il bambino sembrava avesse capito perfettamente, poiché levò gli occhi verso il cielo e le nubi lontane, e abbracciò con un movimento palese del capo anche la visione delle morbide alture che formavano un ampio golfo, in direzione di Napoli.

«Sai», aggiunse l’uomo alzando il braccio in un ampio gesto, «è che da tutta la vita mi sento troppo piccolo per capire tutto questo».

Il bimbo lo guardò con fare interrogativo: «È vivo, respira come il cielo», replicò, «come respiriamo anche noi».

L’uomo dalla lunga barba si scosse sorpreso, e tacque a lungo.

Fu di nuovo il piccolo a rompere il silenzio: «Signore, credi che noi veniamo da là?», e non si capì bene se alludesse alla distesa delle grandi acque o all’azzurro terso che li sovrastava.

«Certo», rispose comunque, «e là torniamo ogni volta. E poi, forse, non c’è un “qua” e un “là”, siamo sempre dentro a tutto…».

«Dentro a tutto!», fece eco il bimbo, e intanto i suoi occhi brillavano di furbizia.

«Qualcuno, quando si ferma a guardare, pensa a Dio», disse quasi a se stesso il vecchio. E poi, rivolgendosi al suo piccolo amico: «Tu sai chi è Dio?».

«Patre», replicò pronto il bimbo, in un misto tra napoletano e latino, tanto che il vecchio, allibito, pensò che stesse invocando il genitore, forse perché ormai stufo della presenza di quel noioso interlocutore.

«Patre», ripeté invece la creatura e il vecchio rabbrividì di emozione vedendo lo sguardo concentrato del bambino, mentre sembrava che in quel momento non fosse già più lì.

Seguì un silenzio rispettoso, interrotto soltanto dal chiacchiericcio petulante della risacca. Passò molto tempo, forse una mezz’ora.

«Cosa fai tu, signore?», disse poi d’improvviso il bimbo, facendo trasalire il vetusto pensatore, «guardi sempre le cose?».

«Sì», rispose sorridendo il vecchio, «so soltanto guardare le cose, io. E poi cerco di capire. E non capisco. E guardo e cerco ancora. E di nuovo non capisco. Ma non mi stanco mai di guardare, né di cercare, perché non so fare altro. Non so fare proprio nient’altro…».

Il bambino scoppiò in una risata di gusto, divertendosi come alla vista di un capitombolo o a una festa di piazza.

Anche il vecchio rise, e la loro gioia sprizzò più alta delle onde a riempire l’aria del mattino.

«Che bello!», gridò il bambino, «Che bello! Anch’io da grande voglio fare quello che fai tu! E voglio anche andare là» e intanto si alzò, indicando l’orizzonte, «e poi là, dopo le montagne, e anche dappertutto; pure in cielo! Io voglio volare… ».

Il vecchio si commosse, pensò a certe sue fantasie sul volo degli uccelli, a vecchi progetti sulle macchine volanti. Pensò ai suoi fallimenti. E vide scene di battaglia, colori su tele immense che rappresentavano il mondo, vide i misteri che inseguiva da una vita, e tutti i segreti celati in un semplice sorriso o nel cosmo complicato della macchina umana.

E intanto anche lui si era alzato, quasi in una danza goffa con quel bambino sconosciuto, mentre nei suoi occhi brillavano lacrime che lui stesso non sapeva se fossero di gioia o nostalgia. E cominciò a correre per la scogliera, gridando e giocando, e saltellando proprio come un vecchio.

E piangeva, e urlava, e danzava, e finalmente ricordava. Ricordava di essere stato così anche lui, e che era stato sempre e solo così, e che tutto quello che aveva fatto l’aveva desiderato da bambino, quando ancora i suoi occhi sapevano guardare senza giudizio.

«Anch’io voglio volare!», gridava in un deliquio senile. «Voglio volare in alto, dove stanno i segreti dell’universo, dove pregano gli angioli e la luce è sì grande da accecare tutta. Voglio essere ciò che sono, tutto ciò che è, una sola cosa, una sola cosa…!».

Il bimbo lo guardava. Si era fermato come in attesa. Anche il vecchio esaurì di colpo le forze, sedendo quasi accasciato su un sasso.

«Come ti chiami, signore?», chiese il bimbo.

«Il mio nome è Leonardo», rispose ansando il vecchio. «Domani parto per Parigi, dove il re di Francia mi ha chiamato». E poi, soprappensiero: «Vado là a morire, certamente».

«Parigi, che bello!», interruppe il piccolo, e intanto già fuggiva verso altri giochi, giù, in direzione della piana.

«Ma tu, chi sei? Da dove vieni?», gridò il vecchio quasi avesse riconosciuto un angelo.

«Sono di Nola, laggiù, e il mio nome è Giordano!».

«Giordano come?».

«Bruno…» fece eco il vento, e al vecchio sembrò che il piccolo gli avesse solamente svelato il colore del mondo.


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Il paradiso in rovina

Ero andato da solo, con tutti i mezzi possibili. Autobus scassati che perdevano le ruote per strada, lungo dirupi di mille metri; camion colorati, abbarbicato sul tetto, con le trombe che laceravano l’aria sottile dell’altura. Tra pareti di ghiaccio in pieno luglio, a 4000 metri di quota, su improbabili passi aperti solo qualche ora al giorno e presidiati dall’esercito.

Montagne di settemila metri, di pietra friabile e rocce antiche, punteggiate a valle da fazzoletti verdissimi di orzo e colza. Miraggi stupefacenti, enfatizzati da centinaia di stupa a sacralizzare lo spazio. La notte, sembrava di poter toccare le stelle, tanto erano vicine e brillanti. E l’euforia dell’altitudine faceva il resto, trasformando ogni emozione in pianto di gioia profonda.

Credevo di aver trovato Shangri-La, e nessuno – ancora oggi – mi può convincere che il Ladakh non sia un luogo benedetto, dove mi piacerebbe riposare per sempre, un giorno.

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Un anno dopo ritornai. A un certo punto, durante una sommossa, mi trovai con la mia compagna sotto coprifuoco. Ci fu un po’ di confusione: lei cadde e si ferì gravemente. Riuscimmo con gravi difficoltà a raggiungere un ospedale (dovetti minacciare un ufficiale, che non voleva prendersi alcuna responsabilità) e finalmente, in attesa dell’unico chirurgo di un territorio grande quanto mezza Italia, ci potemmo rilassare qualche momento.

Mi presi la libertà di parlare con un infermiere, un pacioso tibetano che sembrava sorridere ad ogni respiro. Mi disse che l’ospedale era nuovo, appena costruito. Mi guardai intorno: pareti di adobe (paglia, fango e sterco) imbiancate a calce. Feci i complimenti per la pulizia e mi congratulai per il loro nuovo ospedale. Lui rise e disse: «Ogni anno è nuovo! Perché quando piove (e ogni anno lassù piove solo per tre giorni circa) l’edificio si “scioglie”, e così tocca ricostruirlo…». Rideva contento e per un attimo credetti che stesse scherzando.

Faceva invece terribilmente sul serio. Lo seppi poi. E ammirai ancora una volta quella loro capacità di accettare l’impermanenza anche quando ti disfa le tue cose e ti impone di ricominciare da capo…

*****

Ebbene: è di queste ore la notizia che la vallata di Leh è pressocché spazzata via da una coltre di fango e detriti. Piogge torrenziali, dicono. Fine di un mondo – aggiungo – che non sarà mai più lo stesso.

E intanto vedo quella gente, i volti più miti e contenti che possa ricordare nello spazio di mondo che ho vissuto, fuggire dal fango che li travolge, dalle case che si “sciolgono” come mai prima, ben sapendo che siamo a una resa dei conti.

Un possente «Om Mani Padme Hum» si leva dalle valli allagate. Lo sento e mi associo con tutto il mio cuore. Vorrei essere lì con loro, perché una parte di me è di famiglia in quel posto.

E intanto non credo alla fatalità e, come abitante di questo pianeta, mi sento anche responsabile. Siamo riusciti a distruggere l’ultimo lembo di paradiso in terra: come possiamo credere di meritarcene un altro dopo?


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mercoledì 16 febbraio 2011

ISI-INAIL-Finanziamenti alle imprese

Home » Sociale 11 Gennaio 2011 290 Visite Nessun Commento

SicurezzaISI INAIL 2010 /11- INCENTIVI ALLE IMPRESE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO
in attuazione dei DD.Lgs. 81/2008 e 106/2009, art. 11, comma 5.

1. OBIETTIVO
Incentivare le Imprese a realizzare interventi finalizzati al miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: possono essere presentati progetti di investimento, di formazione  e per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale.

2. AMMONTARE DEL CONTRIBUTO
L’incentivo è costituito da un contributo in conto capitale nella misura dal 50% al 75% dei costi del progetto.
Il contributo è compreso tra un minimo di € 5.000 ed un massimo di € 100.000,00. Per le imprese individuali e per i progetti di formazione sono previsti limiti più bassi.
Per gli importi maggiori può essere richiesta un’anticipazione del 50%.

3. DESTINATARI
Destinatari sono le imprese, anche individuali, iscritte alla Camera di Commercio Industria, Artigianato ed Agricoltura.

4. RISORSE
Per l’anno 2010 l’INAIL ha stanziato 60 milioni di euro ripartiti in budget regionali.

5. MODALITA’ E TEMPI
A partire dal 10 dicembre 2010, sul sito www.inail.it – Punto Cliente le imprese hanno a disposizione una procedura informatica che consente, attraverso la semplice compilazione di campi obbligati, di verificare la possibilità di presentare la domanda di contributo.
La domanda può essere presentata attraverso la procedura informatica a partire dalle ore 14,00 del 12 gennaio 2011 (apertura dello sportello).
Condizione per la presentazione della domanda è, oltre al possesso dei requisiti di ammissibilità, il raggiungimento di un punteggio soglia, determinato da diversi parametri: dimensione aziendale, rischiosità dell’attività di impresa, numero di destinatari, finalità ed efficacia  dell’intervento, con un bonus in caso di collaborazione con le Parti sociali nella realizzazione dell’intervento.
Lo sportello telematico riceve le domande in ordine di arrivo e chiuderà il 14 febbraio 2011. La chiusura potrebbe essere anticipata in caso di esaurimento dei fondi disponibili nel budget regionale.
Entro i 15 successivi all’invio telematico l’impresa deve far pervenire alla Sede INAIL competente la domanda cartacea debitamente sottoscritta, oltre alla documentazione prevista.
In caso di ammissione all’incentivo, l’impresa ha un termine massimo di un anno per realizzare e rendicontare il progetto. Entro 60 giorni dalla rendicontazione, in caso di esito positivo delle verifiche, il contributo viene erogato.

6. INFORMAZIONI
Tutte le informazioni possono essere trovate negli Avvisi pubblici regionali sottoelencati.
PUNTO  DI  CONTATTO: Contact Center – Tel 803164

DOMANDE FREQUENTI – FAQ 

Moduli di domanda cartacea rilasciati dalla procedura (compilazione on line):


Manuale per l’utilizzo della procedura on-line – Istruzioni per l’accesso.


AVVISI PUBBLICI REGIONALI:


Le precedenti iniziative
In attuazione dell’articolo 23 del D. lgs. 38/2000, l’INAIL nel corso degli ultimi anni ha sperimentato meccanismi di sostegno economico alle piccole e medie imprese per 230.milioni di euro totalmente finanziati.

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I referendum-su Nucleare e Acqua…

L’opinione dalla Corte Costituzionale

referendum.bmpLa Corte costituzionale ha giudicato ammissibili i referendum su nucleare, abrogazione legittimo impedimento e due quesiti sulla legga per la privatizzazione dell’acqua.

Sono dunque stati dichiarati ammissibili due referendum sull’acqua (il primo, sulle “modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”; il secondo, sulla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”) e un referendum sul nucleare (circa le “nuove centrali per la produzione di energia nucleare”). Due i no della Consulta: non ammissibili i quesiti sul “servizio idrico integrato: forme di gestione e procedure di affidamento in materia di risorse idriche” e sulle “norme limitatrici della gestione pubblica del servizio idrico”.

WWF esprime soddisfazione per il sì della Corte Costituzionale ai referendum per l’abrogazione delle norme più negative sulla privatizzazione dell’acqua e sul ritorno in Italia del nucleare. Può essere considerata una prima vittoria delle ragioni dell’ambiente e degli interessi dei cittadini alla tutela dei beni comuni nella gestione della risorsa idrica e delle fonti energetiche.

“E’ bene che la parola passi ora ai cittadini su materie tanto delicate perché è inconcepibile una privatizzazione selvaggia delle decisioni strategiche e gestionali sull’utilizzo di risorse non rinnovabili e preziose quali quelle idriche e pericolose ed inutili come l’energia nucleare – ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia – E’ bene che la parola ora passi ai cittadini su materie tanto delicate perché è inconcepibile una privatizzazione selvaggia delle decisioni strategiche e gestionali sull’utilizzo di risorse non rinnovabili e preziose quali quelle idriche e pericolose ed inutili come l’energia nucleare. La responsabilità per questa situazione ricade interamente sul Governo per la sua ostinazione a negare ogni forma di confronto con la stragrande maggioranza degli italiani che sono contrari alla scellerata, costosa e pericolosa avventura nucleare, rendendo così inevitabile il ricorso allo strumento referendario”.

A inizio estate, quindi, si voterà per decidere l’abrogazione o meno dello scudo per il premier Silvio Berlusconi (domani al vaglio della stessa Consulta per la legittimità costituzionale), della legge sulla privatizzazione dell’acqua e sul ritorno al nucleare.

NUCLEARE – La Consulta ha ammesso il referendum sul nucleare. il quesito referendario promosso dall’Idv di Di Pietro riguarda la cancellazione di circa 70 norme contenute nei provvedimenti che con il governo Berlusconi hanno riaperto la strada a nuove centrali.

ACQUA – La Corte costituzionale ha ammesso due dei quattro referendum sulla gestione dell’acqua, assieme al quesito che riguarda l’abrogazione delle norme che consentono di realizzare sul territorio nazionale impianti per la produzione di energia nucleare. Gli altri due quesiti, di cui uno dell’Idv, relativi alla gestione delle risorse idriche sono stati ‘bocciati’ dai giudici della Consulta. Ad essere stati rigettati, riporta l’Ansa, sono stati il quesito promosso da Di Pietro per abrogare parte del decreto Ronchi-Fitto e quello promosso dal Comitato ‘Siacquapubblica’ per cancellare le norme del precedente governo Prodi in materia di ambiente sulle forme di gestione e sulle procedure di affidamento delle risorse idriche.

Via libera invece della Consulta agli altri due quesiti del Comitato ‘Siacquapubblica’ che raccoglie giuristi quali Stefano Rodotà e Gaetano Azzariti: uno per l’abrogazione delle norme del decreto Ronchi-Fitto sulle modalità di affidamento con gara a privati dei servizi pubblici di rilevanza economica, l’altro per la cancellazione delle norme del governo Prodi riguardanti al determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito.

post-g.m.s.

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martedì 15 febbraio 2011

Felicità-essenza umana

images3IL SENSO DELLA FELICITA’
Caratteristica dell’essenza umana

Nella figura matematica della parabola c’è un punto oltre il quale il declino può anche essere inesorabile, irreversibile. Questa è la morte. E in un certo senso la si desidera, proprio per liberarsi di quella ineluttabilità.

La morte è il desiderio di liberarsi di ciò che è insopportabile, e bene facevano gli antichi cristiani, ma anche gli antichi sumeri, egizi ecc., a vedere la morte come strettamente connessa a una rinascita. Per i cristiani il battesimo era insieme un’esperienza di morte (si veniva immersi nelle acque nere dell’inferno, del proprio passato, delle proprie colpe) e di rinascita (nello splendore del re del sole).

Si muore a una condizione di vita per poter rinascere a un’altra. Esattamente come il neonato, che per nascere deve prima morire alla sua condizione di feto. Basterebbe questo per capire che la vita è eterna e che non abbiamo bisogno di alcuna religione per crederci. Tanto meno oggi, dove le religioni più fanatiche o fanno della vita biologica un valore assoluto da difendere anche contro la naturalità della morte, oppure fanno della morte violenta (contro se stessi o contro il prossimo) l’unico vero significato di vita.

Si deve in realtà uscire da una forma di vita per entrare in un’altra, rispettando le regole del gioco. Questo processo infinito è determinato dalla dialettica di tesi-antitesi-sintesi. Dio non c’entra nulla, poiché il processo appartiene all’universo, all’essenza delle cose, alla loro logica interna.

Qualunque cosa si sottragga a questa legge è inesistente, è frutto di una fantasia malata, perversa. Pensare a qualcosa di perfetto solo perché statico, fisso, non soggetto al mutamento della dialettica, significa essere in malafede, ciechi per scelta, oppure terribilmente ingenui, come tutti i filosofi pre-cristiani.

Se esiste un dio, non può essere diverso dall’uomo, cioè deve per forza essere soggetto alle medesime leggi che ci caratterizzano, altrimenti per noi non avrebbe alcun senso, non riusciremmo minimamente a riconoscerci. Anche i robot sono statici e non a caso non pensiamo che siano umani, e quando vogliamo far credere che lo pensiamo è perché stiamo facendo fantasy o fantascienza. Oppure stiamo facendo degli esperimenti così banali – come p.es. quello di Turing -, che praticamente la nostra intelligenza è ridotta al minimo.

Anche quando il più grande scacchista del mondo gioca col computer più potente del mondo, si rende facilmente conto che le mosse del computer non sono mai geniali, ma sempre frutto di una memoria straordinaria, in grado di attingere, in breve tempo, a milioni di partite già giocate in precedenza dagli esseri umani. Se attingesse a partite giocate da esso stesso, perderebbe sicuramente. Invece così ha forse qualche possibilità di vincere. Non a caso Garry Kasparov arrivò a sospettare che la macchina Deep Blue avesse avuto un “aiuto” umano durante le partite e quando chiese la rivincita, l’IBM rifiutò.

E comunque l’essenza umana non è data dalla capacità di elaborare in un tempo ridottissimo una quantità enorme di dati. Questo potrebbe portare, sul piano umano, a conseguenze del tutto sbagliate, proprio perché nessun computer è in grado di tener conto dell’imponderabilità della libertà umana. Quando c’è di mezzo questa libertà, nulla è davvero prevedibile. Ed è bene che sia così.

Fa un po’ sorridere, in tal senso, la decisione della Cina di offrire mille euro in premio a chi le segnala dei siti porno onde impedirne la visione nel proprio paese. Non è forse questo un modo per sostituirsi, come governo, alla libertà di coscienza dei propri cittadini? Si può davvero garantire la libertà impedendone con la forza il cattivo uso? “Sorvegliare e punire”: non era forse questo il motto con cui si sono fatte nascere le moderne prigioni? E’ questo il metodo pedagogico per assicurare la vivibilità del bene sociale?

Per vincere il computer più intelligente del mondo è sufficiente ingannarlo. Gli Achei ci misero dieci anni a capire che per distruggere Troia non occorrevano le armi ma un semplice cavallo di legno. Lo stesso fece Sessa Ebu Daher quando decise ch’era venuto il momento di arricchirsi: semplicemente chiese al sovrano persiano, come ricompensa dell’invenzione del gioco degli scacchi, di avere un chicco di grano per il primo riquadro della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo, otto per il quarto e così via per tutti i 64 riquadri. Gli esseri umani sono maestri nel mettere trappole.

E’ sufficiente quindi andare oltre il fatto che il computer ragiona sempre in termini di prevedibilità, a prescindere dalla quantità di istruzioni che gli si mettono nella memoria di massa. Senza poi considerare che quanti più dati deve elaborare tanto più tempo gli occorre, mentre in certe particolari situazioni l’uomo può scegliere la cosa giusta in tempi brevissimi, fidandosi esclusivamente del proprio intuito, che si basa su un pregresso di esperienze in cui la libertà di coscienza, propria e altrui, ha giocato un ruolo enorme.

L’informatica è in fondo l’applicazione della matematica, che a sua volta è frutto di un lavoro dell’intelletto. La ragione – direbbe Hegel – è tutt’un’altra cosa, proprio perché deve tener conto dei movimenti della dialettica. S’è mai visto un politico dare piena ragione a un economista? E chi mai si fida ciecamente delle previsioni scientifiche del meteo, basate su precisi calcoli algoritmici?

Ecco perché dobbiamo uscire dall’illusione di credere che con l’informatizzazione dei dati si possa rendere la vita più umana. Quando pensiamo che il miglioramento della qualità della vita possa dipendere dal controllo delle informazioni su di essa, stiamo assistendo a un puro e semplice miraggio, che è quell’effetto ottico che inganna soprattutto i giornalisti e quanti pensano che la garanzia della democrazia dipenda dall’informazione.

Sotto questo aspetto non si può certo dire che fossero più sprovveduti gli antichi che si affidavano ai responsi di maghi e indovini. Mettiamoci per un attimo nei panni di uno di loro e vediamo se c’è qualcuno in grado di smentirci. Presto avremo a che fare coi grandi paesi asiatici che, prendendo a pretesto il fatto che nei paesi occidentali l’affermazione di un valore umano resta sempre puramente teorica, imporranno al mondo intero l’idea che, piuttosto di accettare questa contraddizione, è meglio fare in modo che i valori umani affermati in sede teorica siano pochissimi, ma coerentemente applicati in virtù di un’istanza superiore, che può essere p.es. un governo autoritario. Non dimentichiamo che nel mondo romano gli imperatori assolutistici riuscirono a imporsi sui senatori democratici semplicemente dicendo che volevano fare gli interessi delle plebi e le plebi gli credettero.

Contro questo pericolo autoritario come potremo difenderci? Rivendicando in astratto i diritti umani? L’unico vero diritto che potremo rivendicare sarà quello alla “felicità”. Quanto tutti i diritti saranno negati non resterà, paradossalmente, che questo. Ovviamente non nel senso dei costituzionalisti americani, per i quali “felicità” e “proprietà privata” erano sinonimi.

Sieyès si chiedeva agli albori della rivoluzione francese che cosa fosse il Terzo Stato: oggi invece dobbiamo iniziare a chiederci che cosa sia la “felicità”. Una definizione possibile, contro ogni forma di dittatura, politica o economica, può essere questa: felicità vuol dire ricevere da qualcuno della comunità qualcosa che in fondo avrebbe potuto darsi anche colui che l’ha ricevuta, proprio perché non era da quella cosa che dipendeva la sua vita. Detto altrimenti: felicità vuol dire che quando si riceve qualcosa da qualcuno della comunità, non si ha l’impressione che il donatore lo voglia fare per pretendere un dominio personale.

Felicità insomma vuol dire, comunque la si metta, “senso dell’autonomia”, ovvero “libertà personale”: vivere la libertà dentro una comunità, una comunità di cui ci si fida, proprio perché si è consapevoli che la divisione del lavoro viene usata non per sottomettere chi non sa fare determinate cose, ma per agevolare l’autonomia di tutti.

Qualunque specializzazione del lavoro, che comporti delle conoscenze esclusive, va contro gli interessi dell’autonomia, sempre che queste conoscenze vengano usate per beni che riguardano gli aspetti essenziali di una comunità, quelli appunto che ne garantiscono la sopravvivenza, la riproduzione.

Infatti, se vogliamo garantirci la “felicità” dobbiamo preventivamente sostenere che una qualunque specializzazione del lavoro ha senso solo a due condizioni: che resti patrimonio di tutti, che non riguardi gli aspetti essenziali di una comunità. Non ci si può fidare di chi ha troppe conoscenze e non le mette immediatamente a disposizione di tutti, a meno che non le usi per il proprio tempo libero.

La felicità per gli Statunitensi

Si ha diritto alla felicità? Chi può averne diritto? Perché oggi la felicità rientra nelle utopie irrealizzabili? Che cos’è la felicità?

Il diritto alla felicità venne messo nella Costituzione dagli americani che, ribellandosi alla madrepatria inglese, costruirono gli Stati Uniti. Mentre rivendicavano quel sacrosanto diritto, lo negavano agli indiani, sottoposti a genocidio, e agli schiavi africani, che nelle terre dei farmers coltivavano tabacco e cotone da esportare in Europa.

E’ bello avere “diritto alla felicità” (gli yankee, per realizzarlo, ci hanno edificato sopra quella fabbrica di sogni chiamata Hollywood), ma se alla seconda domanda non si risponde “tutti”, quel diritto diventa una farsa.

Per gli americani il diritto alla felicità era il diritto di farsi da sé (self-made man), calvinisticamente parlando, cioè senza tanti scrupoli, sulla base dell’assunto che senza soldi non c’è nessun diritto e quindi nessuna felicità. Sono i dollari che fanno felici, perché senza quelli non si può comprare nulla, non si può esistere, specie in un paese conflittuale e competitivo come quello. In America si è nella misura in cui si ha.

Questo principio è così forte che gli americani non amano risparmiare ma investire, e lo fanno anche quando non hanno sufficienti capitali. S’indebitano nella convinzione assoluta si riuscire a realizzare i loro sogni. Vivono al di sopra delle loro possibilità, perché sin da bambini hanno appreso la lezione dai loro maestri e dai loro genitori, continuamente confermata da psicologi filosofi politici economisti, persino dai dirigenti sportivi: “devi aver fiducia nelle tue capacità e nella grandezza e potenza della tua nazione, che è la più importante del mondo”.

Chi ha voluto speculare su questa cieca fiducia nel progresso, su questa autoipnosi collettiva (banche, istituti finanziari, assicurazioni…), ha fatto indebitare gli americani fino al collo, mettendoli sul lastrico. I grandi colossi dell’economia e della finanza non hanno mantenuto le loro promesse di felicità: hanno delocalizzato le imprese là dove il costo del lavoro è molto più basso che in patria, hanno speculato in borsa facendo pagare i crack finanziari agli investitori, hanno emesso dei titoli finanziari che non valevano nulla perché basati sul debito altrui, hanno falsamente garantito, pur di attirare capitali stranieri, alti tassi di rendimento sui prestiti finanziari…

Oggi gli Usa sono il paese più indebitato del mondo e se non avessero un altro paese, chiamato Cina (fino a ieri odiatissimo), che sostiene il loro debito pubblico, a quest’ora avrebbero già dichiarato bancarotta, trascinando nel loro vortice di debiti mezzo mondo, con conseguenze a dir poco catastrofiche, anche perché gli americani non sopportano che qualcuno faccia loro aprire gli occhi.

Già oggi, per colpa dei loro sogni fanciulleschi, l’economia del pianeta vacilla paurosamente, e tutti vengono costretti a contribuire a non far esplodere questa bolla di sapone, che si libra nell’aria, riflettendo i colori del sole, e che ci piace guardare con gli occhi spalancati di un bambino.

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La fionda digitale

Beh, una piccola soddisfazione me la voglio proprio togliere… Sarà la vecchia storia di Davide e Golia, ma è sempre bello poter credere che qualche volta i piccoli arrivano prima dei grandi…

Vi racconto: da qualche giorno si fa un gran can can in rete sul fatto che sono arrivati i primi libri in italiano sull’ipad (ma anche iphone, perché l’applicazione ibooks si può scaricare anche sul telefonino). Ne parlano la Repubblica, Il Sole 24 ore e svariate altre testate, dicendo che è tutto merito di una società pisana (nonmiricordoilnomeenonimporta) che, per prima, ha offerto libri in italiano che non siano quelli del Progetto Gutemberg.

I primi testi Adea su Ipad I primi testi Adea su Ipad

Beh, non è vero! La Adea edizioni è sull’Apple Bookstore da più di un mese con 20 titoli, e sta già vendendo libri in USA, Canada, Gran Bretagna, Francia e Germania (veramente molto pochi, perché sono in lingua italiana).

Altra imprecisione: i titoloni dicono che finalmente sono disponibili i libri sul bookstore italiano, e ancora non è vero. Siccome Apple non ha ancora aperto il “negozio” italiano per via delle indecisioni dei grandi editori, infatti, quei libri sono disponibili sui bookstore di altri Paesi, a cui è possibile accedere dall’Italia solo con un account locale.

La cosa si fa complicata, vero?… Non importa, la pianto qui. Ma mi dà una certa soddisfazione constatare che tutta l’industria editoriale italiana, con titoli straordinari, autori formidabili, e redazioni, mezzi, interi settori informatici e aree marketing, sta ancora lì indecisa. Tutto quel mondo di esperti ancora dibatte sulla forma del libro digitale (ma in realtà è preoccupata dalla pirateria e dal difficile controllo della distribuzione e dei prezzi) e intanto per primi ci siamo arrivati noi.

Padroni del vostro destino su Ipad Padroni del vostro destino su Ipad

Proprio noi, che amiamo il libro di carta e inchiostro come pochi, che odoriamo tra le pagine, che ricordiamo sempre epoche in cui per un libro si rischiava la vita o si viaggiava per anni.

Ma proprio perché ne amiamo più i contenuti che la forma, proprio noi per primi lasciamo andare il vecchio al suo destino. Purché la conoscenza si diffonda, scriveremmo anche su lastre d’acciaio. Scomode da portare in giro, ma assai resistenti alle tempeste solari del 2012, tanto temute dagli hard disk.

Volevo dirvelo. Ci ho lavorato da solo tutta l’estate. Ma ora, mentre gli eserciti dei grandi stanno cominciando a muovere battaglia, noi siamo già in giro per il mondo da un po’.

Una bella sassata nell’occhio, caro Golia!


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Storia-I non musulmani nella società islamica

I non musulmani nella società islamica

monoGli Ahludh-Dhimmah (ossia i non credenti)

durante l’epoca dei Califfi.

Mentre il Corano stabilisce le regole principali riguardo ai diritti degli Ahludh-Dhimmah, la loro applicazione pratica da parte del Profeta (pace e benedizioni su di lui) ne rappresenta una chiarificazione, che impedisce la nascita di politiche estremiste contro di loro.

I quattro califfi ben guidati furono i seguaci più vicini al Profeta, e furono coloro che aderirono maggiormente alla politica dei diritti di Ahludh-Dhimmah; non solo, seppero affrontare i cambiamenti nella quotidianità della vita con interpretazioni coraggiose e indipendenti che erano essenzialmente nell’ interesse di Ahludh-Dhimmah.

L’era dei califfi ben guidati fu la più grande nella storia islamica subito dopo quella del Profeta (pace e benedizioni su di lui), visto che ad assumere il potere furono i suoi seguaci di più alto rango. Erano i compagni a lui più vicini, ed egli approvava la loro precedenza, la loro superiorità, e diede loro la notizia che sarebbero entrati in Paradiso. Inoltre accanto a loro per aiutarli vi erano onesti compagni, i quali rappresentavano il fior fiore in campo intellettuale, politico, economico, amministrativo e militare.

L’epoca dei quattro califfi testimoniò un gran numero di cambiamenti ed innovazioni, che non esistevano durante l’era del Profeta, tra cui le vittorie islamiche e le conquiste intraprese dal primo califfo, Abu Bakr As-Siddìq (che Allah sia soddisfatto di lui), alla fine del suo mandato, proseguite poi da Omar Ibn Al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) e dagli altri successori. Di conseguenza, i musulmani regnarono in molti altri paesi, fra i quali La Siria, l’Iraq, l’Egitto etc. In tal maniera i musulmani cominciarono a trattare con gli abitanti di tali regioni e a rapportarsi con loro, specialmente con Ahludh-Dhimmah.

Tra le prime raccomandazioni fatte da Abu Bakr Al-Siddiq all’inizio del suo mandato, si ricorda quella diretta all’esercito musulmano che stava per conquistare la Siria, che riguarda come ci si doveva relazionare con Ahludh-Dhimmah– anche con i guerrieri. Insomma, avrebbe dovuto comportarsi allo stesso modo del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Abu Bakr disse: “O gente, aspettate e ascoltate le mie dieci raccomandazioni, e tenetele a mente: non tradite, non esagerate, non ingannate, non mutilate i corpi dei defunti, non uccidete un bambino né un anziano né una donna, non sradicate le palme né bruciatele, non abbattete un albero da frutta, non scannate una pecora né una mucca né un cammello se non per mangiarne. Se passate vicino a persone che stanno adorando Dio in un luogo di culto, non disturbatele”.

Ciò viene menzionato da Ibn Asaker nella biografia di Ibn Fatik che assistette alla conquista di Damasco. Egli disse che si assunse la responsabilità di distribuire i poderi tra il popolo dopo la vittoria, e concesse ai bizantini le zone superiori ed ai musulmani quelle inferiori, per non offendere Ahludh-Dhimmah.

Quando Omar Ibn El Khattab passò un giorno davanti ad una casa, trovò un mendicante anziano e cieco che chiedeva l’elemosina sulla porta.

Omar gli mise una mano sulla spalla per chiamarlo e gli chiese: “Di quale Gente della Scrittura sei?” -”Sono ebreo” replicò. -”Cosa ti ha ridotto in questo stato?”. -“Chiedo l’ elemosina per pagare il tributo, a causa della povertà e dell’età avanzata.”

In seguito Omar lo condusse verso casa sua e gli offrì qualcosa dei suoi averi, poi mandò a chiamare l’incaricato della tesoreria e gli disse: “Guarda quest’uomo e quelli come lui. Per Allah, non lo tratteremo onestamente fino a che gli imponiamo le tasse quando è giovane e lo abbattiamo quando diventa anziano. Allah ha detto: “Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per [la lotta sul] sentiero di Allah e per il viandante. Decreto di Allah! Allah è saggio, sapiente.” (TSC- Sura IX, versetto 60). I “bisognosi” sono i musulmani. Mentre quest’ uomo è un povero fra la Gente della Scrittura. Quindi Omar esonerò lui e quelli come lui dal pagamento tributario.

Gustave Le Bon, un noto storico, descrisse il comportamento di Omar Ibn El Khattab e la sua tolleranza nei confronti di Ahludh-Dhimmah dopo la vittoria a Gerusalemme dicendo: “Il comportamento del Principe dei credenti, Omar Ibnu Al Khattab, a Gerusalemme è una prova di come gli arabi conquistatori trattavano i popoli sconfitti con estrema gentilezza, l’esatto contrario di quello che fecero i crociati a Gerusalemme secoli dopo.

Omar non volle entrare a Gerusalemme se non con pochi compagni e chiese al patriarca Sofronius di accompagnarlo in tutti i luoghi sacri, rassicurando Ahludh-Dhimmah, promettendo loro di rispettare le loro chiese e le loro proprietà, e impedendo ai musulmani di pregare nei loro luoghi di culto.”

“Il contegno di Amr Ibn Al-’As in Egitto” proseguì “non fu meno gentile. Egli concedette agli egiziani libertà di religione, l’assoluta giustizia, il rispetto delle proprietà e un pagamento tributario annuale che non superava i 15 Franchi (equivalenti a due dinari) a testa al posto delle esagerate tasse bizantine, perciò gli egiziani accettarono obbedienti e con gratitudine tali condizioni.

Infatti, l’Egitto aveva subito in precedenza un periodo difficile a causa dei colonizzatori bizantini che ritennero l’Egitto una mucca da latte che procurava alle casse dello stato le sue benedizioni. Come risultato, la sua gente pativa privazioni e difficoltà in ogni aspetto della vita.

Tra i patimenti che subirono gli egiziani, viene ricordata la dura controversia fra la chiesa egiziana e quella bizantina. Fra l’altro, il governatore dell’Egitto, Al-Muqawqis, provò in tutti i modi ad allontanare gli egiziani dal loro credo. I copti soffrirono a causa di numerose difficoltà, e in molti cedettero convertendosi alla confessione bizantina, fra i quali alcuni vescovi. Altri resistettero, tra cui il papa Mina, il fratello del patriarca Benjamin. Il patriarca Benjamin fuggì dalla tirannia di Al-Muqawqis, fino alla conquista islamica dell’ Egitto da parte Amr Ibn Al-’As. Una volta Amr Ibn Al-‘As venne a sapere la sua storia, e lo rassicurò tramite un patto di incolumità. Così lui e gli altri copti goderono di libertà e serenità all’ombra del regno islamico.

Il patto che concluse Amr Ibn Al-’As con il popolo dell’Egitto testimonia quanto i musulmani tenevano ad assicurare una vita dignitosa ai copti. Erano liberi di scegliere la propria fede, di praticare i loro riti e di dirigere tutti gli aspetti della loro vita.

il testo del patto:

“Questo è quanto Amr Ibn Al-Às garantisce al popolo dell’Egitto: salvezza della vita, della fede, dei soldi, delle chiese, delle croci, del loro mare e della terra. Nessuno si deve intromettere nei loro affari o deprivarli di niente, e i nubiani non condividono con loro l’alloggio

E’ riportato dalla storia che i musulmani mantennero il sistema amministrativo che vigeva in precedenza dopo aver conquistato l’Egitto. I copti parteciparono nuovamente all’amministrazione del paese, cosa che gli era stata vietata nelle epoche precedenti.

Si racconta che Ali Ibn Abi-Taleb (che Allah sia soddisfatto di lui) abbia trovato la propria armatura presso un uomo cristiano, quindi andò da Shurayh, il giudice, per disputare contro di lui. Egli disse: “Questa è la mia armatura, e non l’ho venduta né data via. “Che ne dici di quello che ha dichiarato il Principe dei credenti?” disse Shurayh al cristiano. “L’ armatura è mia e non ritengo che il Principe dei credenti sia un bugiardo” replicò il cristiano. In quel momento, Shurayh si rivolse ad Ali Ibn Abu Takib e gli chiese: “O Principe dei credenti, hai una prova?”. Ali sorrise e disse: ” Shurayh ha ragione, non ho nessuna prova”.

In tal maniera Shurayh concesse l’armatura al cristiano che la prese, fece qualche passo poi tornò indietro e disse: “Testimonio che queste sono le leggi dei Profeti, il Principe dei credenti si rivolge al suo giudice che lo condanna! Testimonio che non c’è altro Dio eccetto Allah e che Muhammad è il Suo Servo e Profeta. Giuro che l’armatura è tua, Principe dei credenti, ho seguito l’esercito da quando partì per Seffin quando cadde l’armatura dal tuo cammello. “Ora che ti sei convertito all’Islam, è tuo”. Disse Ali

Ahludh-Dhimmah durante l’epoca del califfato omayyade.

La tolleranza verso Ahludh-Dhimmah ha avuto diversi aspetti e forme tra cui la partecipazione all’amministrazione del paese delle professioni diverse dall’Islam. Il Califfo Muawiyah Ibn Abu Sufian realizzò che i bizantini e gli arabi cristiani costituivano la maggioranza in Siria nel periodo in cui era governatore. Fra loro vi erano artigiani, impiegati, medici e scrittori, perciò essi erano indispensabili, se voleva migliorare l’amministrazione dello stato.

Muawiyah (che Allah sia soddisfatto di lui) affidò l’amministrazione finanziaria ad una famiglia cristiana che si tramandò tale incarico da una generazione all’altra. Si trattava della famiglia Sargoons. Muawiyah nominò fra l’altro il proprio medico, Ibn-Athal, responsabile delle tasse territoriali nella città di Hams. Abd Al-Rahman Ibn-Ziad assunse come impiegato un cristiano di nome Istafanos. Ibn Patriq, palestinese, era tra gli impiegati del califfo Solaiman Ibn Abd Al-Malik. Tra gli impiegati del califfo Hisham Ibn Abd Al.-Malik viene ricordato Tathery Ibn-Astin, che era stato nominato capo del Diwan di Hams.

Molti degli Ahludh-Dhimmah lavorarono alla corte del califfi e dei governatori, tra cui il medico greco Theiathooq, che lavorò per Al-Hajjaj Ibn-Yousef ath-Thaqafiyy e il medico ebreo Masergoyeh che lavorò presso la corte del califfo Marwan Ibn Al-Hakam, e che tradusse un libro di medicina in lingua siriana.

Tra le forme di tolleranza dimostrate durante lo stato degli Ommaydi, vi è la cura data ai luoghi di culto, alle chiese, alle sinagoghe, che venivano protetti e restaurati. Inoltre ne vennero costruiti molti altri durante il governo islamico. I califfi ommaydi preservarono chiese e sinagoghe. Per esempio, quando un terremoto distrusse una parte di una grande sinagoga di ar-Raha, Muawiyah Ibn-Abu-Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lui) ne ordinò il restauro per farla tornare come prima.

Inoltre, la prima chiesa di El-Fustàt, nel quartiere romano, fu costruita durante l’epoca di Maslamah Ibn Mukhaled, che fu governatore dell’Egitto dal 47 fino al 68 dopo l’Egira. Dopo aver fondato la città di Helwan, Abd El-Malik Ibn-Marwan permise a due suoi servi di erigervi una chiesa, la quale era conosciuta come la chiesa dei Farrasheen. In più, il patriarca Leonos ne fondò un’altra.

Oltretutto, Abd Al Malik Ibn-Marwan, governatore dell’Egitto, consentì ad alcuni vescovi di costruirvi un monastero. Al proprio dipendente, Ithnathious, permise di edificare una chiesa nel palazzo della cera. Non ne bastava una, perciò ne eresse altre tre: la chiesa di San Giorgio, la chiesa di Abi Qair dentro il palazzo della cera e la terza ad ar-Raha.

Alcuni papiri registrano i nomi di governatori cristiani ed impiegati fin dai primi anni del governatorato islamico in Egitto. Tali papiri risalgono all’anno 22 dopo l’Egira/642 D.C. In più, è provato che i governatori dell’Egitto nominarono dei cristiani durante quel periodo per svolgere diverse professioni d’allora; facevano gli impiegati, i funzionari di gabinetto, i governatori di provincia e gli esattori.

Il ministro dell’Alto Egitto durante l’ultimo periodo del governatorato di Abd Al-Malik Ibn-Marwan (65-86 dopo l’Egira /685-705) era un cristiano, e si chiamava Pietro. Il governatore di Maryout era anche lui cristiano e si chiamava Tadfans. Durante l’era di Qurra Ibn-Shuraik, governatore dell’Egitto (90-96 dopo l’ Egira), il capo del gabinetto ad Alessandria era uno degli Ahludh-Dhimmah che veniva chiamato Theodor .

In Iraq, gli Ahludh-Dhimmah, godevano di una vita agiata, svolgevano i propri rituali religiosi nelle chiese e nelle sinagoghe. Alcuni storici accusarono Al-Hajaj di aver perseguitato la Gente della Scrittura, nonostante avesse permesso al suo rappresentante a Khurasàn di edificare luoghi di culto per loro. Durante l’era del governatorato di Al-Hajaj, Saeed Ibn Abd-El-Malik Ibn-Marwan, il governatore di Mosel, edificò un luogo di culto proprio lì, che venne chiamato con il suo nome, ovvero “il luogo di culto di Saeed” e ne ebbe cura finché i suoi boschi e i suoi giardini procurarono un guadagno di trecento mila dirham annui.

Gli Ahludh-Dhimmah godettero anche di giustizia e misericordia durante il mandato di Omar Ibn Abd Al-Aziz, il quale ordinò ai suoi operai di non demolire chiese, sinagoghe o templi zoroastriani fino a che non si fossero accordati con essi in proposito. Inoltre Omar scrisse al proprio deputato ad al-Basra dicendo: “Considera la debolezza di alcuni degli Ahludh-dhimmah dovuta alla vecchiaia o alla povertà. Consenti loro dalla tesoreria dei musulmani quello che gli è sufficiente Oltretutto, ordinò che le elemosine della famiglia dei Bani Taghleb, che erano cristiani, venisse concessa direttamente ai loro poveri senza aggiunte alla cassa pubblica dello Stato.

Ahludh-Dhimmah durante l’era del califfato abbaside.

Ahludh-Dhimmah parteciparono durante quell’era a differenti aspetti della vita: sociale, economica, letteraria e scientifica e lo stesso ai mestieri in genere, senza discriminazioni. Anzi, alcune professioni erano svolte unicamente da loro, come quelle nel campo della medicina e dell’ astronomia. Occupavano anche varie professioni statali. Divennero bravi scrittori nel campo letterario, emersero come esattori delle tasse, venivano ricevuti con riverenza alle corti dei califfi. Non solo, le loro leggi religiose ed i loro capi spirituali erano riconosciuti dallo Stato. Anche gli zoroastriani avevano prestigio quanto gli ebrei ed i cristiani, avevano un loro rappresentante presso il califfo e il governo.

Il Principe dei credenti nella seconda metà del quarto secolo dopo l’Egira proclamò una legge rivolta ai Sabei (persone che avevano abbandonato la loro religione per seguirne un’altra) che implicava, oltre alla loro protezione e a quella verso le loro donne, l’applicazione del loro sistema di eredità, e il divieto di intervenire nelle loro dispute.

I nubiani cristiani avevano una posizione speciale fra gli altri cristiani, pagavano le tasse unicamente al loro re, che era a sua volta impiegato delle tasse presso lo stato islamico.

Il califfo Muqtader nel 311 dopo l’Egira/923 D.C., emanò un decreto che prevedeva, nel caso un individuo degli Ahludh-Dhimmah morisse non avendo eredi, che l’eredità venisse data alla gente della sua stessa fede, mentre in un caso analogo per un musulmano l’eredità veniva consegnata alle casse dello Stato.

Le leggi islamiche non includevano alcun precetto che impediva agli Ahludh-Dhimmah di svolgere determinate professioni. Eccellevano in professioni che permettevano un grande profitto; erano esperti bancari, commercianti, proprietari terrieri, medici. Per esempio, molti cambiavalute e sapienti in Siria erano ebrei, mentre la maggior parte dei medici e degli impiegati erano cristiani. Il capo dei cristiani a Baghdad era il medico del Califfo.

Nel 200 dopo l’Egira, il califfo Al Ma’mùn volle emanare un decreto che garantisse agli Ahludh-Dhimmah libertà di culto e la direzione delle proprie chiese in modo che ogni gruppo – a prescindere dalla credenza, anche se fossero state solo dieci persone – avesse avuto il diritto di scegliere il proprio patriarca che a sua volta sarebbe stato approvato. Ma i capi delle chiese si opposero e diedero inizio a delle sommosse, perciò Al Ma’mun rinunciò ad emettere il decreto.

E con la fondazione di uno stato semi-indipendente in Egitto, la situazione non cambiò molto: la politica esercitata nei confronti degli Ahludh-Dhimmah non mutò. Gli emiri dello stato tulunide (254-292 dall’Egira) ci tenevano a trattare bene Ahludh-Dhimmah; essi continuavano a lavorare nei diwan e come esattori, e partecipavano anche alle missioni della polizia per mantenere la sicurezza e l’ordine nel paese.

Ibn Tulùn aveva due impiegati cristiani: Giovanni e Ibrahim Ibn Musa. Allo stesso modo, il suo ministro, Ahmad Ibnul-Matherany, aveva un funzionario cristiano che veniva chiamato Giovanni. Non solo, l’emiro Ibn Tulùn si serviva di vari architetti cristiani nei suoi progetti tra cui Sa’ eed Ibn-Kateb Al-Ferghani che costruì “Ain Ma’a”, una cisterna, e contribuì all’edificazione della sua moschea.

L’emiro Khomarawayh seguì il padre, Ahmad Ibn-Tulun, impiegando dei cristiani; aveva un funzionario cristiano, che veniva chiamato Isaq Ibn-Nasr Al-Abbady. Inoltre faceva affidamento sul vescovo di Tama, Anba Bakhoom, che aveva un efficace numero di giovani che lavoravano per lui. Capitava che Khumarawayh si affidasse a loro per controllare i confini occidentali dello stato.

La dinastia Ikhshide (323-358 dopo l’Egira) seguì le orme di quello tulunide nel rapportarsi con gli Ahludh-Dhimmah. Gli emiri ikhshidi li trattavano bene e li impiegavano in vari settori, soprattutto negli affari finanziari. L’esattore in Egitto che raccoglieva le tasse per gli emiri ikhshidi di allora era Ibn-Isa Buqtor Ibn-Shafa.

Da notare che in quel periodo gli Ikshidi impiegavano fianco a fianco sia ebrei che cristiani nel campo degli affari amministrativi e nei lavori pubblici. Tra i personaggi notevoli del ramo viene ricordato Jacoub Ibn-Kollas, un ebreo, che è stato uno dei consulenti e una delle persone più vicine a Kafour l’ikhshida. Egli lo stimava a tal punto che nel 356 dopo l’Egira, ordinò a tutti i responsabili di non spendere nemmeno un dirham della cassa dello stato senza il consenso di Ibn-Khollas stesso.

Non esistevano nei paesi islamici quartieri riservati solo ai cristiani o agli ebrei che essi non potevano oltrepassare, anche se in genere le persone della stessa fede preferiscono vivere vicine. I monasteri cristiani si diffusero in tutta Baghdad fino al punto che non esisteva una sola zona che ne era priva.

E’ anche da sottolineare che il Califfo At-Tae’a’ (363-381 dopo l’Egira) ha avuto un impiegato cristiano. Nella seconda metà del quarto secolo dopo l’Egira, Adud Al-Dawlah di Baghdad, morto nel 372 dopo l’Egira e il califfo Al-Azìz de il Cairo avevano entrambi come loro ministro un cristiano. Quando Nasr Ibn Haroun, il ministro di Adud Al-Duala, chiese il permesso al proprio capo di restaurare le chiese ed i monasteri e di donare i soldi ai poveri di fede cristiana, egli acconsentì.

 Ahludh-Dhimmah e lo stato zankide.

Durante il governo zankide, Ahludh-Dhimmah erano trattatati in modo equo. Imàd Ed-Din Zanki usava prendere seri provvedimenti quando qualcuno violava un qualsiasi diritto degli ebrei o dei cristiani. Una volta rimproverò uno dei suoi uomini, Ezz Ed-Dìn Abu Bakr Ed-Dabisiyy, che aveva sequestrato la casa di un ebreo per farne la propria abitazione. Una volta saputo, Zanki osservò Ezz Ed-Dìn in silenzio con uno sguardo pieno di rabbia per ciò che aveva commesso obbligandolo a ritirare le sue tende al di fuori del territorio dell’ uomo ebreo.

Tale atteggiamento conferma quanto tolleranti ed obiettivi erano i musulmani verso gli Ahludh-Dhimmah. L’emiro dei musulmani regolarmente controllava le loro condizioni, si interessava dei loro affari, difendeva i loro diritti, e cercava di rimediare alle violazioni dei diritti che eventualmente subivano ancor prima che essi si lamentassero.

La tolleranza degli zankidi si manifestava anche verso i cristiani che combatterono contro di loro. Gli zankidi favorivano sempre la riconciliazione quando era possibile. Non solo, scarceravano anche i prigionieri nemici per mostrare agli altri maggiore benevolenza.

Nel mese Jumada al-Awwal dell’anno 554 dopo l’Egira, Nourud-Deen Mahmoud Ibn Emàd Ad-Dìn Zanki concluse un trattato di pace con l’imperatore bizantino, Manuele, evitando una guerra imminente, nonostante il proprio esercito fosse ben preparato per poter vincere la battaglia. La trattativa includeva la scarcerazione di 6000 prigionieri cristiani.

La liberazione di questo notevole numero di prigionieri mostrò chiaramente quanto gli zenkidi musulmani tenevano alla pace e alla concordia con i non musulmani. Mostrò anche la loro inclinazione alla giustizia piuttosto che alla slealtà, sebbene possedessero tutti i mezzi per vincere le battaglie. Oltretutto, tale atteggiamento sottolinea le grandi qualità morali dei musulmani quando avevano a che fare con i non musulmani, anche dopo la fine della dinastia zankide.

Tra gli esempi notevoli della tolleranza degli zankidi, vi fu anche la scarcerazione di kostantin koloman, il re bizantino di Cicilia, e di Bohemund III, governatore di Antakiah da parte di Nourud-Deen Mahmoud dopo la battaglia di Haarem nel mese di Ramadan 558 dopo l’Egira. Egli restituì la fortezza di Antakiah recuperata dai crociati. Avrebbe potuto semplicemente ucciderli entrambi; tuttavia, li perdonò con benevolenza e tolleranza.

Nourud-Deen Mahmoud, il comandante musulmano, non fu mai fanatico, anzi la tolleranza riempiva il suo cuore. Una tolleranza emanata dallo spirito della religione islamica. Combatté contro i crociati perché erano ostili, aggressivi, e non perché erano cristiani. Egli non procurò alcun danno ai cristiani della nazione, non ordinò mai la demolizione di una chiesa, né ferì un prete o un monaco. L’opposto di come si comportavano i crociati verso i musulmani.

Questa sua tolleranza conquistò il rispetto dei suoi nemici. Pur nutrendo inimicizia per lui, essi lo rispettavano e ammettevano i suoi meriti a tal punto che lo storico William Of Thire che espresse esageratamente nei suoi libri il proprio rancore verso l’Islam, non potè fare altro che riconoscerne i meriti, la giustizia, la sincerità e la fede.

 Ahludh-Dhimmah durante lo stato ayyubide.

L’epoca ayyubide è ritenuta l’era esemplare per esaminare le condizioni degli Ahludh-Dhimmah nel corso della storia islamica; questo a causa del fatto che vi erano pacifici popoli del patto che vivevano in Egitto e nel Levante, le due fortezze dello stato ayyubide quindi, e nello stesso tempo, vi erano anche gli ostili crociati, che avevano occupato alcuni emirati del Levante, combattendo ferocemente contro gli ayyubidi. Questa situazione condusse a frequenti confronti, durante i quali emergeva la reale essenza dell’Islam riguardo al modo di agire verso i non musulmani che combattevano contro essi.

Quando qualcuno ha potere sopra un proprio nemico, è difficilissimo frenare la propria volontà di vendetta nei confronti dell’oppressore. Quindi, esamineremo gli atteggiamenti di Salah Ed-Din Al-Ayyubi (Saladino) nei confronti dei crociati a Gerusalemme, dopo che Allah, il Potente, l’Eccelso, gli concesse la vittoria in seguito ad una dura resistenza.

Saladino perdonò ciò che commisero i crociati contro i musulmani a Gerusalmme durante gli 88 anni prima della conquista. Perdonò perfino il tradimento di Balian di Ibelin, ed accettò la supplica della moglie, la regina Maria Comnena. La regina Maria scrisse a Saladino chiedendogli di rendere sicuro il suo passaggio insieme ai suoi servi.

Malgrado Saladino sapesse che il messaggio era un’idea del marito Balian per assicurare la protezione della sua famiglia in caso di guerra, accettò volentieri ed esaudì la richiesta della regina. Annunciò anche che non avrebbe fatto del male a nessun civile emigrante, inclusi donne, bambini e anziani, perché essi non erano guerrieri; egli non voleva combattere nessuno che non combattesse contro di lui!

Dopo la riconciliazione delle due parti, venne permesso ai crociati di lasciare la città di Gerusalemme in cambio di un riscatto di 10 dinari per ogni uomo, cinque dinari per ogni donna e due per ogni bambino, da pagarsi entro un periodo di quaranta giorni. Però risultò che nella città vi erano ventimila poveri incapaci di pagare il riscatto, perciò Saladino accettò che Balian pagasse un totale di trentamila dinari per sole diecimila persone esonerando gli altri

Saladino non solo esonerò dal riscatto i poveri stranieri, ma rifornì molti di loro, e ordinò che gli venissero distribuite bestie da soma e denaro, quando vide che alcuni di loro per la povertà portavano i genitori anziani o gli ammalati sulla schiena.

La regina Sibylla andò da lui, piangente, chiedendogli il permesso di raggiungere suo marito Guy di Lusignan a Nabulus. Egli esaudì la sua richiesta e la fece proteggere dalle sue guardie. Ad un gran numero di donne e bambini venne permesso di seguire la regina senza alcun riscatto. Le donne successivamente, accorgendosi della tolleranza di Saladino, gli chiesero in lacrime di scarcerare i propri mariti tenuti prigionieri a Gerusalemme, poiché non avrebbero potuto pagare il riscatto. Colpito dalle loro implorazioni, Saladino pianse intensamente dalla commozione e ordinò di scarcerare i padri, i mariti, e i figli di quelle donne. È stato un atteggiamento di misericordia davvero mirabile, difficile da esprimere a parole.

La fama della tolleranza di Saladino si diffuse fra i francesi, le vedove in particolare. Un giorno andò da lui una giovane donna in lacrime, durante l’assedio della fortezza di Brezee. Stava per sposarsi con un giovane, in quel momento prigioniero, e gli chiese di liberarlo. Il matrimonio sarebbe stato celebrato il giorno precedente se lo sposo non fosse stato catturato. Saladino accettò la sua richiesta, ordinò la scarcerazione del prigioniero, e diede ai novelli sposi dei soldi!

Oltretutto, alcune donne francesi si rivolsero a Saladino, con le lacrime agli occhi chiedendogli che cosa sarebbe stato di loro dopo che i mariti e padri sarebbero stati uccisi o divenuti prigionieri.

Saladino promise loro di scarcerare ogni marito e diede sollievo alle vedove dando loro soldi a seconda della propria condizione. Insomma, i suoi comportamenti erano l’esatto opposto di quello dei crociati verso i musulmani.

Sorprendente l’atteggiamento avuto verso Adel, il fratello di Saladino, quando chiese a Saladino di scarcerare mille prigionieri poveri come ricompensa dei suoi servizi. Mostrando nuovamente in tal maniera grande tolleranza, Saladino esaudì la sua richiesta e concedette a Balian il rilascio di cinquecento prigionieri, ed annunciò che avrebbe scarcerato tutti gli anziani e le donne.

In forte contrasto il clero, incluso il patriarca di Gerusalemme Ercole, che badavano solo a loro stessi. I musulmani si stupirono vedendo il patriarca Ercole pagare dieci dinari solamente per il proprio riscatto e lasciare la città con la schiena piegata per l’oro che trasportava, seguito da carri che trasportavano tutte le sue ricchezze e gioielli.

Tutto ciò che offrì ai poveri cristiani fu rivolgersi a Saladino per chiedergli di rilasciare i prigionieri; Saladino ne liberò 700 dietro sua richiesta. Il popolo di Saladino chiese perché lui non confiscò i beni di Ercole, che non spese per far rilasciare il suo stesso popolo, per usarli invece per supportare i musulmani. Saladino replicò “Io non prenderò nulla eccetto i dieci dinari che lui mi diede e non tradirò mai un patto!” .

Dopo averlo dichiarato, un crociato gli fece una domanda per metterlo in imbarazzo: “Se sei così tollerante, perché hai attaccato Gerusalemme?  Saladino rispose con calma: “Ma la città è sempre stata vostra o l’avete conquistata riversando fiumi di sangue in un giorno disgraziato di cui parlate con molta fierezza?”

Il crociato ammutolii e Saladino gli disse: “Torna a casa incolume. Dì a quelli che ti hanno mandato che non vi assalteremo in Europa e non attraverseremo il mare con le nostre navi da guerra per attaccarvi a casa vostra. Siete stati voi che avete attaccato gli innocenti, e noi abbiamo dovuto rispondere.”

I comandanti musulmani erano conosciuti per la loro umanità. Mentre gli europei sparsero il sangue delle vittime musulmane per ottantotto anni, nessuna proprietà a Gerusalemme venne lottizzata, nessun innocente venne danneggiato da un musulmano, anzi i poliziotti giravano per le strade, seguendo gli ordini di Saladino, per prevenire qualsiasi possibile aggressione contro i cristiani.

Molti musulmani chiesero con insistenza a Saladino la demolizione della Chiesa della resurrezione, in modo da trattare i crociati allo stesso modo in cui loro trattavano i musulmani. Ma egli rispose che i crociati non veneravano l’edificio bensì il luogo e che la demolizione non avrebbe impedito di fare di quel luogo meta per il pellegrinaggio. Egli andò oltre, chiedendo ai musulmani di rispettare i luoghi sacri cristiani presenti in città e di mantere lo spirito di tolleranza da sempre avuto. Egli era guidato dall’esempio di Omar Ibn Al-Khattàb, che dopo la conquista della città protesse la chiesa e non ordinò mai la sua distruzione.

Ai cristiani ortodossi e giacobiti, venne permesso di restare a Gerusalemme a condizione di saldare il pagamento tributario (jizyah) oltre al riscatto sopraccitato, e questo solo se potevano permetterselo. Non c’era dubbio sul fatto che essi traevano beneficio dall’ uscita dei crociati cattolici dalla città, poiché riacquistarono nuovamente la loro autorità sui siti cristiani a Gerusalemme.

Per quanto riguarda gli ebrei, oltretutto, essi si rallegrarono per la fuga dei crociati e ritornarono in gran numero a vivere nella città, e Saladino non glielo impedì.

 Ahludh-Dhimmah durante l’epoca dei mamelucchi.

La politica dei sultani e degli emiri mamelucchi in Egitto seguì quella di coloro che li avevano preceduti. I sultani mamelucchi tenevano a mantenere il proprio impegno verso i non musulmani rispettando gli insegnamenti della religione islamica. Tale politica emerse dagli avvenimenti registrati attraverso la storia dei re mamelucchi. Per esempio il sultano Qotoz rifiutò di ingannare i crociati, che da parte loro tormentavano i musulmani e ne uccidevano decine di migliaia come abbiamo precedentemente accennato.

Il sultano Qotoz stabilì una tregua con i crociati ad Acca (Acre), che i crociati avevano occupato da più di 150 anni, e che continuava a resistere alla conquista. Fu stabilito che la tregua serviva per concentrarsi sulla lotta contro l’ invasione delle forze tartare che avevano assaltato la nazione musulmana, appropriandosi delle sue risorse e avanzando perfino verso la Palestina. Prima della battaglia di Ain Jal?«t, Qotoz posizionò le proprie forze temporaneamente dentro ai giardini che circondavano la fortezza, situata nella valle ad est di Acca, per verificare che i crociati rispettassero la tregua. Le due parti si scambiarono messaggi fino a che la tregua non venne confermata.

Intanto uno degli emiri musulmani consigliò a Qotoz di attaccare Acca, visto che stava attraversando un momento di debolezza, e che i crociati erano renitenti al combattimento essendo legati alla tregua. Egli suggerì che Qotoz la prendesse come un’ opportunità, e assalisse la fortezza per liberare la città islamica dopo centosessantasei anni di occupazione. Qotoz – che Allah abbia misericordia di lui – replicò decisamente: “Non tradiremo mai il nostro patto”.Questa è la religione islamica! Queste sono le sue leggi.. e questi sono i comandanti musulmani! Così Qotoz partì da Acca e si rivolse a sud est per trovare un luogo adatto per prepararsi alla successiva battaglia.

Un altro esempio che la storia ci propone, dimostra la bontà dei musulmani nei confronti degli Ahludh-Dhimmah. E’ narrato che quando i musulmani sconfissero i tartari nel Levante, Ibn-Taymiya si trattenne con il loro leader, Qatloshah, per fare in modo che rilasciasse tutti i prigionieri.

Il leader dei tartari voleva liberare solo i musulmani, escludendo gli Ahludh-Dimmah. Ibn-Taymiya disse allora: “Dovete liberare tutti i cristiani e gli ebrei che sono nelle vostre prigioni; essi fanno parte della nostra gente, di cui siamo responsabili, non abbiamo intenzione di lasciarli in stato di prigionia”. A seguito di questa richiesta, Qatloshah, li liberò tutti.

Ahludh-Dhimmah e l’Impero Ottomano. La conquista di Costantinopoli.

Il Sultano Muhammad al-Fatih verrà per sempre ricordato nella storia per i nobili comportamenti che adottò durante la conquista di Costantinopoli, nel 875 D.C. Assicurò ai bizantini vita e libertà e ordinò al suo esercito di non fare del male a nessuno in alcun modo.

L’approccio di Al-Fatih quando conquistò Costantinopoli era completamente diverso da quello delle tradizioni medioevali. Dopo la conquista di una determinata città, avrebbe potuto ordinare l’espulsione della gente di Costantinopoli o perfino venderli come schiavi. Invece, Al-Fatih li trattò con bontà, comportamento che era difficile da concepire, all’epoca, per la comunità occidentale.

Al-Fatih trattò i cittadini di Costantinopoli con umanità, e ordinò alle sue truppe di comportarsi ugualmente con i prigionieri. Li rilasciò dietro pagamento di una modesta somma che poteva essere versata anche a rate. Liberò perfino gran parte di loro riscattandoli con i suoi stessi soldi, soprattutto i principi greci e i clericali. Inoltre salvaguardò la sicurezza dei civili cristiani. Nessuna donna fu violentata, nessun anziano o bambino fu ferito, nemmeno le chiese o gli eremi furono distrutti, nonostante la resistenza della città e il rifiuto della stessa di arrendersi, cosa che lo costrinse a dichiarare guerra

Muhammad al-Fatih si diresse verso la Chiesa di Ayasofia, ove molti si rifugiarono. Una volta arrivato alla Chiesa, la gente venne colta dal panico. Un monaco aprì le porte ad Al-Fatih, e gli chiese di tranquillizzare la gente che si trovava lì e di dire loro di tornare a casa in tutta tranquillità. Al-Fatih disse: “A tutti voi qui presenti, posso dire: la vostra vita è salva e la vostra libertà è salva!”

Tale atto di tolleranza rassicurò la gente così tanto che alcuni monaci, nascosti dentro il seminterrato della chiesa, uscirono e dichiararono la loro conversione all’Islam!

Il Sultano Muhammad al-Fatih aveva anche permesso ai cristiani di praticare i loro rituali liberamente, di nominare i propri giudici, che a loro volta avevano il diritto di emettere leggi nelle cause civili. Lo stesso era concesso agli uomini di chiesa nelle altre province.

Oltre a ciò, Muhammad al-Fatih accordò agli ebrei pieni diritti di proprietà, e offrì dei doni al rabbino Moses Elijah Capsali. Nel 865 D.C., chiese ad un patriarca, di nome Juakim, di occuparsi della questione degli armeni e di impegnarsi per riunificarli.

Un merito da menzionare è che Al Fatih restituì agli ortodossi la loro dignità, che era stata degradata dai cattolici latini. Diede loro il diritto di eleggere un leader per gestire i loro affari. Scolarius Ganadius fu il primo patriarca a rappresentare gli ortodossi dopo la conquista ottomana di Costantinopoli. Un atto del genere salvaguardò la fede ortodossa, il quale motivò la cattolica Europa a formare in seguito una coalizione contro Al Fatih.

Al-Fatih inoltre assegnò le questioni personali come il matrimonio, il divorzio, l’eredità, e la morte alla gestione dei singoli gruppi religiosi. Questo gesto fu un un privilegio in Europa a quell’epoca.

Gli Ebrei nello stato Ottomano.

Quando Granada, l’ultimo bastione musulmano in Andalusia, cadde nel 1492, i musulmani furono costretti ad emigrare in altri stati islamici. Non erano soli; con loro vi erano circa 300,000 ebrei che si erano ritrovati senza casa e che non sapevano dove andare. Questi ebrei emigrarono in Portogallo, Italia, Marocco e negli stati ottomani. Un gruppo di rabbini ebrei fece una richiesta al sultano ottomano Bayzeed II, chiedendogli di consentire loro di emigrare verso lo stato ottomano. Il sultano accordò loro il consenso e gli garantì piena libertà, grazie alla quale poterono vivere in pace per anni all’interno dei confini dello stato. Inoltre, ordinò ai governatori delle diverse regioni ottomane di non impedire agli ebrei di entrare nello stato ottomano, e di dare loro un cordiale benvenuto.

Dopo la conquista dell’isola di Rhodes da parte del sultano Sulaiman al-Qanuniyy, “il legislatore”, nel 1523, fu consentito agli ebrei di recarsi a Rhodes e il privilegio di investire nello zolfo, il che permise loro di ottenere prosperità e stabilità economica. Inoltre, il sultano scrisse una lettera al Papa Paolo IV nel 1556, chiedendogli di liberare gli ebrei detenuti presso di lui, annunciando che erano cittadini dello stato ottomano. Il Papa non ebbe nessun’ altra scelta se non quella di sottostare alla richiesta del sultano, in quanto lo stato ottomano era a quell’epoca una superpotenza.

Gli Ottomani arrivarono a Budapest. Il Sultano Sulaiman entrò a Buda dopo la battaglia di Mohacs e l‘ esercito ottomano conquistò l’Ungheria a seguito dell’assedio di Kemetic. Successivamente, aprirono la fortezza di Shukzeem, ove i musulmani trovarono gruppi di ebrei che vivevano in condizioni disumane, e li aiutarono inviandoli verso grandi città dello stato ottomano come Costantinopoli, Adorna, Izmir, Salonica, Bilwana e Nighupool. Gli ebrei arrivati dalla Spagna e da altre parti dell’Europa dominarono i commerci minori in vari campi in queste città, quindi misero mano sulle strutture economiche dello stato ottomano.

Agli ebrei nello stato ottomano, era garantita giustizia e tolleranza sotto la legge islamica. Non solo gli ebrei di Spagna trovarono nella Turchia ottomana un luogo sicuro, ma poterono anche godere di prosperità e libertà assoluta. Rivestirono ruoli e posizioni molto importanti nel governo. Inoltre, poterono godere di indipendenza personale nel campo religioso e nella gestione dei loro enti, nonché nell’ educazione e nella ritualità religiosa. Per quanto riguarda gli aspetti legislativi, come il matrimonio, il divorzio, la spesa, i diritti civili e i testamenti, i rabbini emisero sentenze che vennero messe in atto dallo stato in quanto codice degli ebrei.

E’ da sottolineare che Ali Pasha, il ministro degli esteri ottomano (che successivamente divenne primo ministro), inviò alcuni ebrei fra la sua delegazione diplomatica alle regioni europee nel 1865. Gli ebrei eseguivano i loro rituali religiosi e trassero pieno vantaggio dei loro diritti civili a livello economico, sociale e politico. Il 1678 fu l’anno in cui venne pubblicato il primo libro in erbaico scritto da Joseph Nasi. Alcuni di questi ebrei diventarono intimi consulenti del sultano. Fra essi Nathan Solomon, un dottore d’origine tedesca e Joseph Nasi, il quale fu vicino al sultano Selim I e rivestì un ruolo importante nella gestione dell’economia dello stato.

 Ahludh-Dhimmah in Andalusia

L’Islam regnò in Andalusia per otto secoli prima che i cristiani commettessero massacri per cacciare i musulmani. Durante questi otto secoli, vi furono ampie opportunità per i musulmani di confrontarsi con i non-musulmani in Andalusia. Il risultato fu una ricca eredità che testimonia quanto i musulmani ebbero a che fare con i non-musulmani, siano essi stati cittadini comuni o guerrieri..

Sin dal primo momento, i musulmani in Andalusia con Tareq Ibn-Ziyaad furono fonte di giustizia e grazia per tutti. Tareq Ibn-Ziyaad trattava i cittadini in modo equo, concedendo ad essi libertà totale, caratteristica inerente a tutte le vittorie islamiche. Non fu mai tentato dalle ricchezze e dai tesori che trovò in Andalusia, in quanto non furono mai il suo obiettivo. Il credo che egli abbracciò, lo rese trascendente su questo tipo di affari terreni. Questa caratteristica – nonostante la rarità e superiorità – era la norma nella storia delle vittorie islamiche.

Tareq Ibn-Ziyaad non era senza precedenti in questo. Il suo leader Mussa Ibn-Nusair (un suo seguace) andò ad aiutarlo per conquistare l’Andalusia. Il primo incontrò enormi difficoltà per conquistare la città di Merida, che venne assediata per 6 mesi. Nonostante ciò, la città finì per abbracciare l’Islam.

In casi simili, la dottrina dei leader non-musulmani era quella di sterminare tutta la gente delle città che opponevano resistenza. I crociati e i tartari fecero questo, quando attaccarono gli stati Islamici per vendicarsi e terrorizzare la gente degli stati confinanti al fine di costringerli ad arrendersi senza opposizione. Tuttavia, Mussa Ibn-Nussair, fu cresciuto secondo i principi della scuola dell’Islam grazie ai compagni del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). La sua reazione fu conforme ai principi dell’Islam. Merida rimasse sotto assedio fino a Ramadan 94 D.C. Successivamente si avviarono delle trattative tra Mussa e i soldati della città per cessare il fuoco. Fu stipulato un accordo nel quale fu concordato che Merida avrebbe pagato un risarcimento per i martiri musulmani. Ma le ricchezze delle chiese rimasero di proprietà delle chiese stesse. La città fu aperta a Mussa il giorno dell’Eid al-fitr (la festa di fine Ramadan) nel 94 D.C.

Nonostante il lungo assedio, gli sforzi, le sofferenze e i numerosi martiri, i musulmani accettarono la conciliazione. Non avevano nessun piano volto alla vendetta, e nessuna intenzione di confiscare soldi. Chiesero solamente il risarcimento per il sangue versato e lasciarono stare le ricchezze delle chiese. Questa era una tolleranza che superava la giustizia. Tutto ciò prova che Mussa si preoccupava degli affari delle terre conquistate per il bene della sua gente.

Un’altra circostanza che dimostra che i musulmani mantenevano fede ai patti stipulati, avvenne con il principe Teodomiro. Prima che quest’ultimo lasciasse la città, fece sì che le donne stessero insieme agli uomini per ingannare i musulmani, facendo credere loro di avere un gradissimo esercito. Poi si diresse verso i musulmani come messaggero del principe chiedendo la pace. I musulmani, guidati da Abdul-Aziz Ibn-Moussa IbnNusair,accettarono la conciliazione. Nonostante successivamente scoprirono il suo inganno, i musulmani si attennero alla loro promessa di conciliazione, in quanto erano intrinsecamente leali.

 Il testo della conciliazione: Nel Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Questo libro è da Abdul Aziz Ibn-Moussa a Teodomiro Ibn-Gandrice. Siccome lui ha accettato la riconciliazione, ha la nostra garanzia sul patto di Allah (Gloria a Lui l’Altissimo), per quello che Ha inviato con i Suoi Profeti e Messaggeri, e ha la sicurezza di Allah e del Suo Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che nessuno dei suoi compagni sarà ferito o subirà abusi. Nessuno di loro sarà costretto con la forza a separarsi dalle loro mogli e figli. Non saranno uccisi, né avranno le loro chiese bruciate, né saranno costretti ad abiurare la loro religione.

Il suddetto documento con le sue condizioni e clausole non si differenziava dagli altri trattati stipulati dai musulmani. Garantiva protezione, sicurezza, libertà di culto ai non-musulmani. In cambio di questo, un non–musulmano doveva pagare una piccola somma : la Jiziah.

Durante gli anni che seguirono la conquista dell’Andalusia, i musulmani si stabilirono e regolamentarono tutti gli affari su differenti livelli così che tutti, musulmani e non-musulmani, avrebbero potuto vivere liberamente. Un sistema amministrativo fu avviato per i musulmani e un altro per i non-musulmani. In poco tempo, più e più persone abbracciarono l’Islam. Anche se i non-musulmani erano una minoranza, scelsero il sistema giudiziario islamico. I musulmani concedevano ai cristiani e agli altri il diritto di scegliere i loro stessi giudici e governanti.

Questo non riguardava solamente il sistema giudiziario, ma anche la raccolta delle tasse, la sicurezza e le disposizioni per l’ artigianato. Ad esempio, nel campo dell’agricoltura, il tempo in cui chi lavorava la terra veniva reso schiavo era finito; questi lavoratori divennero liberi, ebbero i loro diritti e lavorarono sulle loro stesse terre..

I non-musulmani godevano della libertà di abbracciare qualsiasi religione essi scegliessero. Le chiese continuarono a possedere i propri terreni. I cristiani furono liberi di continuare a presiedere le loro assemblee e molti non-musulmani (cristiani ed ebrei ) si mescolarono con i musulmani. Adottarono il linguaggio dei musulmani e molti dei loro costumi. Capitava spesso di incontrare una moschea adiacente ad una chiesa. Le chiese non furono trasformate in moschee se non dopo il loro abbandono o trasformazione in seguito alle conversioni all’Islam.

Di conseguenza il risultato di tali buoni comportamenti islamici, portò ad un incremento in conoscenza e in mescolanza con gli spagnoli non-musulmani, fino ad un grado che condusse ai matrimoni misti[60]. Il primo matrimonio misto dopo la conquista, fu tra l’emiro dell’Andalusia Abdul-Aziz Ibn-Musa Ibn-Nusair (Dhul Hijja 95 – Rajab 97 A.H.) e Ayla, la vedova di Thuriq, l’ultimo dei monarchi kout. Alcuni fonti andaluse la soprannominarono Umm-Aasim. Non è noto se questo avvenne prima o dopo che lei si convertisse all’Islam. Ibn-Ithray riferì che lei rimase cristiana.

Nulla ha superato questa qualità di trattamento e di interazione tra i musulmani e gli altri. L’emiro musulmano stesso sposò una vedova di un monarca cristiano che combatté contro i musulmani. Questo segnò la fine di ogni nuovo rancore nei cuori dei guerrieri dell’Andalusia dopo la conquista islamica. Inoltre, ciò costituiva amicizia, pace e coesistenza positiva. Il fatto stesso che si sposassero delle donne cristiane, alle quali era concesso di mantenere la propria religione, non era non comune. Più di un governatore dell’Andalusia adottò questa pratica.

Dopo un periodo di tempo, in Andalusia, la bigotteria dei crociati fece irruzione nei cuori di una minoranza di cristiani. Molti storici europei hanno affermato che durante il regno di Abdur- Rahman al-Awsat (853 – 822 dopo l’Egira, 206-238 D.C.), un piccolo gruppo di cristiani diede inizio ad un movimento che mirava alla diffamazione dell’Islam e del Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) pubblicamente e risolutamente. Questo perfino all’ ingresso delle moschee durante l’ora della preghiera. Leen Paul li chiamava i “suicidi”. Molti cristiani moderati si opposero a tali comportamenti.

Abdur-Rahman al-Awsat invitò i leader cristiani a sistemare questa faccenda. Venne poi organizzata una conferenza durante l’estate dell’ anno 852 D.C. (238 dopo l’Egira) durante la quale essi rinunciarono a queste pratiche. Avvisarono i loro sudditi di non approvare e di cessare di mettere in atto questi comportamenti. Dopo la conferenza il movimento fu totalmente abolito.

Ciò che si desidera portare all’attenzione in questa storia è la maniera con la quale l’emiro musulmano interagì con i sudditi non-musulmani che diffamarono l’Islam ed il grande Profeta (pace e benedizioni su di lui). Si comportò con loro in maniera pacata, considerandoli un gruppo imprudente che aveva bisogno di consigli e guida. Avrebbe potuto considerarli dei violatori del patto, e aveva il titolo e il diritto per fare ciò.

Tuttavia, preferì l’indulgenza e la tolleranza. Al fine di porre fine a questa sedizione, organizzò una conferenza cristiana a Cordoba, la metropoli dello Stato islamico. Questa azione instillò nel cuore dei cristiani l’indulgenza e la tolleranza dell’Islam.

Questa apertura tollerante non era limitata solo alla Gente della Scrittura che viveva in Andalusia, ma si estendeva anche ad altri paesi non-musulmani. La relazione tra il califfato musulmano in Andalusia e i paesi europei non era quello di ostilità costante, piuttosto è stata amichevole in molte occasioni, durante l’era della potenza musulmana.

Talvolta, gli europei, assieme ad altri paesi non-musulmani, inviavano missioni. Puntavano a corteggiare Cordoba inviando missioni amichevoli, abbondanti regali, ciò confermava i legami di fraternità e soddisfazione. Alcuni paesi come la Germania chiese l’assistenza dell’Andalusia per risolvere alcuni problemi. Ad esempio, una delegazione tedesca fu invitata da Otto I ad Abdur-Rahman an-Naser per fermare gli Andalusi a Jabal al-Kelal nel sud della Francia. Altri paesi, come il nord della Spagna, chiesero alle autorità in Andalusia di intervenire in alcune vicende interne, e accettarono il loro arbitrato.

Il califfato islamico instaurò rapporti amichevoli con numerosi paesi non-islamici, come gli stati europei e i paesi bizantini. L’Andalusia accoglieva ambasciatori e rispondeva a molte delle loro richieste. Venivano ricevuti a Cordoba nel palazzo del califfo o nel luogo designato di Darul-Mulk, nella città di Al-Zahra’. I governatori dell’Andalusia ricevevano con ospitalità le loro delegazioni. Doni venivano provvisti a tutti i membri e a coloro che li avevano inviati. Gli storici hanno delineato per noi alcuni di questi incontri ed eventi famosi.

Ibn Khaldun raccontò nel suo libro ‘Al-Ibar’ (Le lezioni) che durante il regime di Al-Mustanser, uno dei governatori del Nord della Spagna inviò una delegazione guidata da sua madre a Cordoba. Al-Muntasser la trattò con molta ospitalità. Questo avvenne nel 365 dopo l’Egira.

Ibn-Khaldun disse: “Nel 365 dopo l’Egira, Gomez il supremo e la madre di Dareek Ibn-Balakish arrivarono da Helliqeyya. Il governatore la ricevette e celebrò il suo arrivo con una gran cerimonia, la scortò e l’ assistette. Oltretutto, firmò un trattato di pace tra lui e suo figlio, accordandosi al desiderio di lei. Non solo, le vennero offerti soldi da dividere tra la sua delegazione, e fu aiutata a cavalcare un grande mulo con una coperta fatta di seta ricamata, ed una sella e redini zavorrati d’oro. Più tardi lei ritornò al consiglio dei governatori per salutarli e dopo che il governatore ricambiò il suo saluto, lei si avviò sulla strada del ritorno”.

Dunque i musulmani dimostrarono rispetto nei confronti dei loro alleati; concessero loro pieni diritti, senza la minima diminuzione. Nel caso degli alleati non-musulmani, essi vennero trattati con il rispetto e con l’onore dovuto. Per quanto riguarda la Gente della Scrittura, i musulmani li consideravano come concittadini e non come nemici. Usufruivano degli stessi diritti e doveri come i musulmani finché vivevano pacificamente e al servizio della nazione.

di Amr Khaled – su Dar al Tarjama -

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