venerdì 18 febbraio 2011

L’Italia è…unita da 150 anni…

Il tricolore simbolo di Libertà è unità nazionale compie in realta ben 214 anni


 


bandiera-italianaOgni bandiera ha una propria storia, un significato e a volte, subisce delle  modifiche, che rispecchiano la storia di uno Stato. Quindi possiamo asserire che la bandiera e l’espresso dell’unita Nazionale, essa rappresenta lo Stato e il complesso dei suoi cittadini. 




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La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabilisce all’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Ma nel passato non è stata sempre così, perchè non esisteva un’ Italia unita come oggi.


 La nascita della bandiera italiana


I primi a ideare la bandiera nazionale sono stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, natio del capoluogo emiliano, e Giovanni Battista de Rolandis, originario di Castell’Alfero di Asti, che nell’autunno del 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, colore della speranza. Si erano prefissi di organizzare una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l’antica indipendenza perduta con la sudditanza agli Stati della Chiesa. La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia, insieme ad altri cittadini.


Il tricolore Bandiera ufficiale


Il Tricolore come bandiera ufficiale dell’Italia nasce il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, dove si riuni a congresso i maggiorenti della neonata repubblica Cispadana vi erano infatti convenuti i delegati di quattro città ,Reggio, Modena, Ferrara e Bologna sotto la presidenza del ferrarese Carlo Facci.che si erano scrollati di dosso i loro dominatori, il Papa da Bologna a Ferrara e i Duchi d’Este da Modena e Reggio che era sotto protettorato Austriaco, con l’aiuto dei Francesi di Napoleone, intenzionati a costituire la Repubblica Cisalpina. Fu un sacerdote, Giuseppe Compagnoni che propose e fece decretare «che lo stemma della Repubblica Cispadana sia innalzato in tutti quei luoghi ne’quali è solito che si tenga lo stemma della sovranità» e che «l’era della Repubblica Cispadana incominci dal primo giorno di gennaio del corrente anno del 1797». Egli, inoltre, propose che lo stendardo, la bandiera Cispadana, formato dai tre colori verde, bianco e rosso, fosse «reso universale». La proposta venne approvata nella seduta del 21 gennaio, sempre dello stesso anno, tenutasi a Modena dove, ove nel frattempo, erano stati spostati i lavori congresuali.


La consacrazione del Vessillo, come accenato, avvenne nella sala dell’Archivio Ducale, oggi soprannominata sala del Tricolore, alla presenza di 36 delegati di Bologna, 24 di Ferrara, 22 di Modena e 20 da Reggio. Perché la scelta di Reggio Emilia? Forse perchè a Reggio Emilia si era piantato per la prima volta in Italia l’albero della libertà, un grande albero che rappresentava la natura, adorno di nastri tricolori e sormontato da emblemi rivoluzionari. Sul modello di quello della rivoluzione francese piantato a Parigi, la dove sorgeva la Bastiglia.


Il Tricolore sventolò in Italia sino alla caduta di Napoleone nel 1814. Con il ritorno del dominio austriaco, la bandiera dei tre colori, divenne simbolo di sovversione e di cospirazione giaccobina; e da quel tempo venne consacrato con il sangue dei martiri come unica bandiera dell’ Italia, che vedeva l’ avvio dei moti carbonari, con il sostegno della massoneria, un lungo e sanguinoso cammino verso la unità nazionale. Il Tricolore riemerse ufficialmente il 23 marzo del 1848, quando Carlo Alberto lo adottò come bandiera aggiungendo al centro lo stemma sabaudo.


Allocuzione di sua altezza il Re Carlo Alberto per la grazia di Dio Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, del Moferrato, e d’Aosta, Principe del Piemonte.


“Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai Nostri amatissimi sudditi col Nostro proclama  con cui abbiamo voluto dimostrare, in mezzo agli eventi straordinarii che circondavano il paese, come la Nostra confidenza in loro crescesse colla gravità delle circostanze, e come prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del Nostro cuore fosse ferma Nostra intenzione di conformare le loro sorti alla ragione dei tempi, agli interessi ed alla dignità della Nazione.Considerando Noi le larghe e forti istituzioni rappresentative contenute nel presente Statuto Fondamentale come un mezzo il più sicuro di raddoppiare quei vincoli d’indissolubile affetto che stringono all’ìtala Nostra Corona un Popolo, che tante prove Ci ha dato di fede, d’obbedienza e d’amore, ragione per cui adottiamo il tricolore con il nostro stemma quale simbolo della suprema volontà di adire a un Italia unita, abbiamo determinato di sancirlo e promulgarlo, nella fiducia che Iddio benedirà le pure Nostre intenzioni, e che la Nazione libera, forte e felice si mostrerà sempre più degna dell’antica fama, e saprà meritarsi un glorioso avvenire”


La prima apparizione come bandiera


Della bandiera tricolore fu a Milano nel 1796, un anno prima della celebrazione ufficiale a Reggio Emilia, e fu lo stesso Napoleone a consegnare uno stendardo verde, bianco e rosso e ad un corpo di volontari lombardi, e alla sommità dell’asta vi era il “livello” massonico.


Come si intese il tricolore; bianco e rosso erano due dei tre colori della bandiera francese e il verde era il colore dell’albero della libertà, mentre il blu della bandiera francese era il colore della comune di Parigi, che secondo la tradizione giacobina, rappresentava la natura e quindi il simbolo del diritto dei popoli alla libertà.


Alcuni storici parlando del colore verde come il colore iniziatico della massoneria, il che puo essere verosimile e non solo perchè la bandiera dei tre colori consegnata da Napoleone ai volontari lombardi aveva sull’asta il “livello” massonico, ma perché il Tricolore era la bandiera divenuta simbolo di libertà e speranza di unità nazionale quindi, sacra nelle vendite” carbonare e nelle logge” massoniche, oltre che agli aderenti alla Giovane Italia di Mazziniana memoria.


Va detto che le celebrazioni del primo centenario del Tricolore, tenutosi a Reggio Emilia, 7 gennaio 1897, Vi prese parte anche Giosuè Carducci, noto massone e grande sostenitore della causa risorgimentale; Il quale, rivolgendosi ai cittadini delle quattro città iniziò il suo dire dopo i convenevoli del caso:


 ”Con risuonano ancora nell’austerità della storia a vostro onore, le parole che il Congresso Cispadano mandava da queste mura al popolo di Reggio. Il vostro zelo per la causa della libertà fu eguale al vostro amore per il buon ordine. Sapranno i popoli di Modena, di Ferrara, di Bologna e il popolo di Reggio Emilia, esempio nella carriera della gloria e della virtù. L’epoca della nostra repubblica ebbe il principio fra queste mura e quest’epoca luminosa sarà uno dei più bei momenti della città di Reggio.


L’Assemblea costituente delle quattro città segnò il primo passo da un confuso vagheggiamento di confederazioni al proposito dell’unità statuale, che fu il nocciolo dell’unità nazionale. Quelle città che sino allora s’erano riscontrate solo sui campi di battaglia con la spada calante a ferire, con l’ira scoppiante a maledire; che fio in una dissonanza d’accento fra fraterni dialetti cercavano la barriera immortale della divisione e dell’odio; che fino inventarono un modo nuovo di poesia per oltraggiarsi, quelle città si erano per una volta trovate a gittarsi l’una nelle braccia dell’altra, acclamando la repubblica una e indivisibile.


Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci nel santo Vessillo; ma i colori della nostra primavera, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle Alpi, l’aprile delle valli e le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti della virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede sicura e serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù dei poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera che ella era la più bella di tutte e che voleva lei e con lei la libertà”.


Ricordiamo brevemente quali furono le premesse all’unità Nazionale.


Le idee liberali, le speranze suscitate dall’Illuminismo e i valori della Rivoluzione francese furono portate in Italia da Napoleone sulla punta delle baionette dell’Armée d’Italie. Rovesciati gli stati preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti “giacobini” italiani, si erano stabilmente insediati nella Pianura Padana, creando repubbliche su modello francese (Repubblica Cispadana), rivoluzionando la vita del tempo, portando sì idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale.


Era nato così un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, socialisti o anticlericali, liberali, i monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l’ambizione espansionista di Casa Savoia tendente a raggiungere l’unità della Pianura Padana, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico industriale, superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano stati in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un’idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.


Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all’espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d’Italia.


Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel meridione.


Dopo il Congresso di Vienna, l’influenza francese nella vita politica italiana lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete neo massoniche; in tale quadro gli esuli italiani, come Antonio Panizzi, s’impegnavano a stabilire contatti con le potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.


In tale panorama patriottico rivoluzionario, una delle prime associazioni segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società segreta organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli, che culminarono con la presa della città nel 1820, poi persa ad opera dell’Austria, intervenuta con la Santa Alleanza, una sorta di polizia internazionale tra Austria, Prussia e Russia, per tutelare i propri interessi egemonici in nome dei principi dell’ordine internazionale e dell’equilibrio. Occorre però dire che il primo reale moto carbonaro avrebbe dovuto effettuarsi a Macerata, nello stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817.


I moti rivoluzionari degli anni 1820/1821, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici che soffocavano le libertà d’Italia e degli italiani in quegli anni, assunsero tuttavia connotazioni diverse da stato a stato e da città a città.


Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l’insurrezione accolse tensioni e inquietudini anti austriache, già manifestatesi in quella città, nel gennaio 1821, dai moti studenteschi soffocati nel sangue dalla stessa polizia sabauda. Per tale ragione questi ultimi moti videro come protagonista uno degli uomini simbolo del nostro Risorgimento come Santorre di Santarosa. Anche a Milano partecipò ai moti una componente patriottica e anti austriaca guidata dal conte Federico Confalonieri, deportato, subito dopo il fallimento dell’insurrezione, nel carcere dello Spielberg, dove era già presente da alcuni mesi Silvio Pellico.


Le rivolte per lo più fallirono per la mancanza di coordinamento tra i congiurati e per l’assenza o l’indifferenza delle masse popolari sopra tutto contadine, che non avevano ancora assimilato una coscienza unitaria.


Due indimenticabili eroi-Mazzini e Garibaldi- breve parentesi.


A partire dai primi anni trenta dell’Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini. Nato a Genova nel 1805, divenne animato sostenitore della Carboneria nel 1830. La propria attività di ideologo Repubblicano, e organizzatore lo costrinse a lasciare l’Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario Repubblicano, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea.


La condivisione del programma mazziniano portò Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, a partecipare ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, per il fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile, Uruguay e  Perù, da ultimo in  Grecia.


Salvo poi rientrare e organizzare la famosa spedizione dei mille con il placet dello stesso governo Sabaudo.


elab-g.m.s.

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giovedì 17 febbraio 2011

Il colore del mondo

Ciao a tutti.

Ogni anno che finisce, simbolicamente, apre le porte ad un inizio.

Un momento perfetto, quindi, per ripartire.

Dopo molto silenzio (ed è stato per lo più un problema di tempo), ho voluto rileggere i commenti ai vecchi post. Commenti a cui quasi mai rispondo, per una forma celata di rispetto ad espressioni che non richiedono risposte, ma affermano visioni, idee ed esperienze che vanno ad arricchire questo “nostro” piccolo spazio di mondo.

Ringrazio tutti, e provo a ripartire con un nuovo anno pieno di novità. Lo faccio – simbolicamente – con un vecchio scritto, una “cosa” di più di dieci anni fa, che comunque mi sembra adatta per ricominciare. Si tratta di una sorta di breve racconto fantastico. A voi decidere se offre quello stesso ottimismo – quello stesso sorriso – che ha fornito a me quando una notte, tanti anni fa, lo ho sognato.

*****

Gli occhioni stupiti del bimbo spaziavano sul grande mare. Forse lo vedeva per la prima volta, e le parole ancora limitate del suo linguaggio gli impedivano di capire a fondo di che cosa si trattasse.

Ma, forse, proprio per questo, poteva davvero guardare quella “cosa” in silenzio, domandandosi solo da quali narici e quale bocca smisurata potesse sortire quel respiro così immenso che, tutto intorno a lui, poteva chiaramente sentire.

Non si accorse quasi del vecchio che stava seduto poco più in là. Un uomo assorto, nella sua veste di velluto porpora, appena mossa dal vento di quel mattino trasparente.

Il bimbo, avvertì d’un tratto quella presenza, e il suo sguardo curioso si fissò sulla lunga barba dell’uomo.

Lo osservava come solo i bambini sanno fare, senza vergognarsi di violare quell’intimità che il vecchio palesemente stava vivendo con se stesso.

Il vento si era un poco calmato, quando l’uomo cominciò a parlare. Lo fece senza affettazione, come si parla a un vecchio amico, o come si pensa tra sé e sé, talvolta.

«Non ti sembra che sia troppo grande per i nostri occhi?», disse indicando il mare con gesto dolce, forse temendo una fuga precipitosa del piccolo, o un pianto di paura.

Il bimbo si avvicinò invece incuriosito e, sedendo tranquillo sulla roccia, rispose: «No, signore».

Il vecchio sorrise. «Hai ragione, figliolo», sillabò lentamente. «Nulla di ciò che ci è dato di guardare è troppo grande».

Il bambino sembrava avesse capito perfettamente, poiché levò gli occhi verso il cielo e le nubi lontane, e abbracciò con un movimento palese del capo anche la visione delle morbide alture che formavano un ampio golfo, in direzione di Napoli.

«Sai», aggiunse l’uomo alzando il braccio in un ampio gesto, «è che da tutta la vita mi sento troppo piccolo per capire tutto questo».

Il bimbo lo guardò con fare interrogativo: «È vivo, respira come il cielo», replicò, «come respiriamo anche noi».

L’uomo dalla lunga barba si scosse sorpreso, e tacque a lungo.

Fu di nuovo il piccolo a rompere il silenzio: «Signore, credi che noi veniamo da là?», e non si capì bene se alludesse alla distesa delle grandi acque o all’azzurro terso che li sovrastava.

«Certo», rispose comunque, «e là torniamo ogni volta. E poi, forse, non c’è un “qua” e un “là”, siamo sempre dentro a tutto…».

«Dentro a tutto!», fece eco il bimbo, e intanto i suoi occhi brillavano di furbizia.

«Qualcuno, quando si ferma a guardare, pensa a Dio», disse quasi a se stesso il vecchio. E poi, rivolgendosi al suo piccolo amico: «Tu sai chi è Dio?».

«Patre», replicò pronto il bimbo, in un misto tra napoletano e latino, tanto che il vecchio, allibito, pensò che stesse invocando il genitore, forse perché ormai stufo della presenza di quel noioso interlocutore.

«Patre», ripeté invece la creatura e il vecchio rabbrividì di emozione vedendo lo sguardo concentrato del bambino, mentre sembrava che in quel momento non fosse già più lì.

Seguì un silenzio rispettoso, interrotto soltanto dal chiacchiericcio petulante della risacca. Passò molto tempo, forse una mezz’ora.

«Cosa fai tu, signore?», disse poi d’improvviso il bimbo, facendo trasalire il vetusto pensatore, «guardi sempre le cose?».

«Sì», rispose sorridendo il vecchio, «so soltanto guardare le cose, io. E poi cerco di capire. E non capisco. E guardo e cerco ancora. E di nuovo non capisco. Ma non mi stanco mai di guardare, né di cercare, perché non so fare altro. Non so fare proprio nient’altro…».

Il bambino scoppiò in una risata di gusto, divertendosi come alla vista di un capitombolo o a una festa di piazza.

Anche il vecchio rise, e la loro gioia sprizzò più alta delle onde a riempire l’aria del mattino.

«Che bello!», gridò il bambino, «Che bello! Anch’io da grande voglio fare quello che fai tu! E voglio anche andare là» e intanto si alzò, indicando l’orizzonte, «e poi là, dopo le montagne, e anche dappertutto; pure in cielo! Io voglio volare… ».

Il vecchio si commosse, pensò a certe sue fantasie sul volo degli uccelli, a vecchi progetti sulle macchine volanti. Pensò ai suoi fallimenti. E vide scene di battaglia, colori su tele immense che rappresentavano il mondo, vide i misteri che inseguiva da una vita, e tutti i segreti celati in un semplice sorriso o nel cosmo complicato della macchina umana.

E intanto anche lui si era alzato, quasi in una danza goffa con quel bambino sconosciuto, mentre nei suoi occhi brillavano lacrime che lui stesso non sapeva se fossero di gioia o nostalgia. E cominciò a correre per la scogliera, gridando e giocando, e saltellando proprio come un vecchio.

E piangeva, e urlava, e danzava, e finalmente ricordava. Ricordava di essere stato così anche lui, e che era stato sempre e solo così, e che tutto quello che aveva fatto l’aveva desiderato da bambino, quando ancora i suoi occhi sapevano guardare senza giudizio.

«Anch’io voglio volare!», gridava in un deliquio senile. «Voglio volare in alto, dove stanno i segreti dell’universo, dove pregano gli angioli e la luce è sì grande da accecare tutta. Voglio essere ciò che sono, tutto ciò che è, una sola cosa, una sola cosa…!».

Il bimbo lo guardava. Si era fermato come in attesa. Anche il vecchio esaurì di colpo le forze, sedendo quasi accasciato su un sasso.

«Come ti chiami, signore?», chiese il bimbo.

«Il mio nome è Leonardo», rispose ansando il vecchio. «Domani parto per Parigi, dove il re di Francia mi ha chiamato». E poi, soprappensiero: «Vado là a morire, certamente».

«Parigi, che bello!», interruppe il piccolo, e intanto già fuggiva verso altri giochi, giù, in direzione della piana.

«Ma tu, chi sei? Da dove vieni?», gridò il vecchio quasi avesse riconosciuto un angelo.

«Sono di Nola, laggiù, e il mio nome è Giordano!».

«Giordano come?».

«Bruno…» fece eco il vento, e al vecchio sembrò che il piccolo gli avesse solamente svelato il colore del mondo.


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Il paradiso in rovina

Ero andato da solo, con tutti i mezzi possibili. Autobus scassati che perdevano le ruote per strada, lungo dirupi di mille metri; camion colorati, abbarbicato sul tetto, con le trombe che laceravano l’aria sottile dell’altura. Tra pareti di ghiaccio in pieno luglio, a 4000 metri di quota, su improbabili passi aperti solo qualche ora al giorno e presidiati dall’esercito.

Montagne di settemila metri, di pietra friabile e rocce antiche, punteggiate a valle da fazzoletti verdissimi di orzo e colza. Miraggi stupefacenti, enfatizzati da centinaia di stupa a sacralizzare lo spazio. La notte, sembrava di poter toccare le stelle, tanto erano vicine e brillanti. E l’euforia dell’altitudine faceva il resto, trasformando ogni emozione in pianto di gioia profonda.

Credevo di aver trovato Shangri-La, e nessuno – ancora oggi – mi può convincere che il Ladakh non sia un luogo benedetto, dove mi piacerebbe riposare per sempre, un giorno.

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Un anno dopo ritornai. A un certo punto, durante una sommossa, mi trovai con la mia compagna sotto coprifuoco. Ci fu un po’ di confusione: lei cadde e si ferì gravemente. Riuscimmo con gravi difficoltà a raggiungere un ospedale (dovetti minacciare un ufficiale, che non voleva prendersi alcuna responsabilità) e finalmente, in attesa dell’unico chirurgo di un territorio grande quanto mezza Italia, ci potemmo rilassare qualche momento.

Mi presi la libertà di parlare con un infermiere, un pacioso tibetano che sembrava sorridere ad ogni respiro. Mi disse che l’ospedale era nuovo, appena costruito. Mi guardai intorno: pareti di adobe (paglia, fango e sterco) imbiancate a calce. Feci i complimenti per la pulizia e mi congratulai per il loro nuovo ospedale. Lui rise e disse: «Ogni anno è nuovo! Perché quando piove (e ogni anno lassù piove solo per tre giorni circa) l’edificio si “scioglie”, e così tocca ricostruirlo…». Rideva contento e per un attimo credetti che stesse scherzando.

Faceva invece terribilmente sul serio. Lo seppi poi. E ammirai ancora una volta quella loro capacità di accettare l’impermanenza anche quando ti disfa le tue cose e ti impone di ricominciare da capo…

*****

Ebbene: è di queste ore la notizia che la vallata di Leh è pressocché spazzata via da una coltre di fango e detriti. Piogge torrenziali, dicono. Fine di un mondo – aggiungo – che non sarà mai più lo stesso.

E intanto vedo quella gente, i volti più miti e contenti che possa ricordare nello spazio di mondo che ho vissuto, fuggire dal fango che li travolge, dalle case che si “sciolgono” come mai prima, ben sapendo che siamo a una resa dei conti.

Un possente «Om Mani Padme Hum» si leva dalle valli allagate. Lo sento e mi associo con tutto il mio cuore. Vorrei essere lì con loro, perché una parte di me è di famiglia in quel posto.

E intanto non credo alla fatalità e, come abitante di questo pianeta, mi sento anche responsabile. Siamo riusciti a distruggere l’ultimo lembo di paradiso in terra: come possiamo credere di meritarcene un altro dopo?


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mercoledì 16 febbraio 2011

ISI-INAIL-Finanziamenti alle imprese

Home » Sociale 11 Gennaio 2011 290 Visite Nessun Commento

SicurezzaISI INAIL 2010 /11- INCENTIVI ALLE IMPRESE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO
in attuazione dei DD.Lgs. 81/2008 e 106/2009, art. 11, comma 5.

1. OBIETTIVO
Incentivare le Imprese a realizzare interventi finalizzati al miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: possono essere presentati progetti di investimento, di formazione  e per l’adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale.

2. AMMONTARE DEL CONTRIBUTO
L’incentivo è costituito da un contributo in conto capitale nella misura dal 50% al 75% dei costi del progetto.
Il contributo è compreso tra un minimo di € 5.000 ed un massimo di € 100.000,00. Per le imprese individuali e per i progetti di formazione sono previsti limiti più bassi.
Per gli importi maggiori può essere richiesta un’anticipazione del 50%.

3. DESTINATARI
Destinatari sono le imprese, anche individuali, iscritte alla Camera di Commercio Industria, Artigianato ed Agricoltura.

4. RISORSE
Per l’anno 2010 l’INAIL ha stanziato 60 milioni di euro ripartiti in budget regionali.

5. MODALITA’ E TEMPI
A partire dal 10 dicembre 2010, sul sito www.inail.it – Punto Cliente le imprese hanno a disposizione una procedura informatica che consente, attraverso la semplice compilazione di campi obbligati, di verificare la possibilità di presentare la domanda di contributo.
La domanda può essere presentata attraverso la procedura informatica a partire dalle ore 14,00 del 12 gennaio 2011 (apertura dello sportello).
Condizione per la presentazione della domanda è, oltre al possesso dei requisiti di ammissibilità, il raggiungimento di un punteggio soglia, determinato da diversi parametri: dimensione aziendale, rischiosità dell’attività di impresa, numero di destinatari, finalità ed efficacia  dell’intervento, con un bonus in caso di collaborazione con le Parti sociali nella realizzazione dell’intervento.
Lo sportello telematico riceve le domande in ordine di arrivo e chiuderà il 14 febbraio 2011. La chiusura potrebbe essere anticipata in caso di esaurimento dei fondi disponibili nel budget regionale.
Entro i 15 successivi all’invio telematico l’impresa deve far pervenire alla Sede INAIL competente la domanda cartacea debitamente sottoscritta, oltre alla documentazione prevista.
In caso di ammissione all’incentivo, l’impresa ha un termine massimo di un anno per realizzare e rendicontare il progetto. Entro 60 giorni dalla rendicontazione, in caso di esito positivo delle verifiche, il contributo viene erogato.

6. INFORMAZIONI
Tutte le informazioni possono essere trovate negli Avvisi pubblici regionali sottoelencati.
PUNTO  DI  CONTATTO: Contact Center – Tel 803164

DOMANDE FREQUENTI – FAQ 

Moduli di domanda cartacea rilasciati dalla procedura (compilazione on line):


Manuale per l’utilizzo della procedura on-line – Istruzioni per l’accesso.


AVVISI PUBBLICI REGIONALI:


Le precedenti iniziative
In attuazione dell’articolo 23 del D. lgs. 38/2000, l’INAIL nel corso degli ultimi anni ha sperimentato meccanismi di sostegno economico alle piccole e medie imprese per 230.milioni di euro totalmente finanziati.

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I referendum-su Nucleare e Acqua…

L’opinione dalla Corte Costituzionale

referendum.bmpLa Corte costituzionale ha giudicato ammissibili i referendum su nucleare, abrogazione legittimo impedimento e due quesiti sulla legga per la privatizzazione dell’acqua.

Sono dunque stati dichiarati ammissibili due referendum sull’acqua (il primo, sulle “modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”; il secondo, sulla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”) e un referendum sul nucleare (circa le “nuove centrali per la produzione di energia nucleare”). Due i no della Consulta: non ammissibili i quesiti sul “servizio idrico integrato: forme di gestione e procedure di affidamento in materia di risorse idriche” e sulle “norme limitatrici della gestione pubblica del servizio idrico”.

WWF esprime soddisfazione per il sì della Corte Costituzionale ai referendum per l’abrogazione delle norme più negative sulla privatizzazione dell’acqua e sul ritorno in Italia del nucleare. Può essere considerata una prima vittoria delle ragioni dell’ambiente e degli interessi dei cittadini alla tutela dei beni comuni nella gestione della risorsa idrica e delle fonti energetiche.

“E’ bene che la parola passi ora ai cittadini su materie tanto delicate perché è inconcepibile una privatizzazione selvaggia delle decisioni strategiche e gestionali sull’utilizzo di risorse non rinnovabili e preziose quali quelle idriche e pericolose ed inutili come l’energia nucleare – ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia – E’ bene che la parola ora passi ai cittadini su materie tanto delicate perché è inconcepibile una privatizzazione selvaggia delle decisioni strategiche e gestionali sull’utilizzo di risorse non rinnovabili e preziose quali quelle idriche e pericolose ed inutili come l’energia nucleare. La responsabilità per questa situazione ricade interamente sul Governo per la sua ostinazione a negare ogni forma di confronto con la stragrande maggioranza degli italiani che sono contrari alla scellerata, costosa e pericolosa avventura nucleare, rendendo così inevitabile il ricorso allo strumento referendario”.

A inizio estate, quindi, si voterà per decidere l’abrogazione o meno dello scudo per il premier Silvio Berlusconi (domani al vaglio della stessa Consulta per la legittimità costituzionale), della legge sulla privatizzazione dell’acqua e sul ritorno al nucleare.

NUCLEARE – La Consulta ha ammesso il referendum sul nucleare. il quesito referendario promosso dall’Idv di Di Pietro riguarda la cancellazione di circa 70 norme contenute nei provvedimenti che con il governo Berlusconi hanno riaperto la strada a nuove centrali.

ACQUA – La Corte costituzionale ha ammesso due dei quattro referendum sulla gestione dell’acqua, assieme al quesito che riguarda l’abrogazione delle norme che consentono di realizzare sul territorio nazionale impianti per la produzione di energia nucleare. Gli altri due quesiti, di cui uno dell’Idv, relativi alla gestione delle risorse idriche sono stati ‘bocciati’ dai giudici della Consulta. Ad essere stati rigettati, riporta l’Ansa, sono stati il quesito promosso da Di Pietro per abrogare parte del decreto Ronchi-Fitto e quello promosso dal Comitato ‘Siacquapubblica’ per cancellare le norme del precedente governo Prodi in materia di ambiente sulle forme di gestione e sulle procedure di affidamento delle risorse idriche.

Via libera invece della Consulta agli altri due quesiti del Comitato ‘Siacquapubblica’ che raccoglie giuristi quali Stefano Rodotà e Gaetano Azzariti: uno per l’abrogazione delle norme del decreto Ronchi-Fitto sulle modalità di affidamento con gara a privati dei servizi pubblici di rilevanza economica, l’altro per la cancellazione delle norme del governo Prodi riguardanti al determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito.

post-g.m.s.

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martedì 15 febbraio 2011

Felicità-essenza umana

images3IL SENSO DELLA FELICITA’
Caratteristica dell’essenza umana

Nella figura matematica della parabola c’è un punto oltre il quale il declino può anche essere inesorabile, irreversibile. Questa è la morte. E in un certo senso la si desidera, proprio per liberarsi di quella ineluttabilità.

La morte è il desiderio di liberarsi di ciò che è insopportabile, e bene facevano gli antichi cristiani, ma anche gli antichi sumeri, egizi ecc., a vedere la morte come strettamente connessa a una rinascita. Per i cristiani il battesimo era insieme un’esperienza di morte (si veniva immersi nelle acque nere dell’inferno, del proprio passato, delle proprie colpe) e di rinascita (nello splendore del re del sole).

Si muore a una condizione di vita per poter rinascere a un’altra. Esattamente come il neonato, che per nascere deve prima morire alla sua condizione di feto. Basterebbe questo per capire che la vita è eterna e che non abbiamo bisogno di alcuna religione per crederci. Tanto meno oggi, dove le religioni più fanatiche o fanno della vita biologica un valore assoluto da difendere anche contro la naturalità della morte, oppure fanno della morte violenta (contro se stessi o contro il prossimo) l’unico vero significato di vita.

Si deve in realtà uscire da una forma di vita per entrare in un’altra, rispettando le regole del gioco. Questo processo infinito è determinato dalla dialettica di tesi-antitesi-sintesi. Dio non c’entra nulla, poiché il processo appartiene all’universo, all’essenza delle cose, alla loro logica interna.

Qualunque cosa si sottragga a questa legge è inesistente, è frutto di una fantasia malata, perversa. Pensare a qualcosa di perfetto solo perché statico, fisso, non soggetto al mutamento della dialettica, significa essere in malafede, ciechi per scelta, oppure terribilmente ingenui, come tutti i filosofi pre-cristiani.

Se esiste un dio, non può essere diverso dall’uomo, cioè deve per forza essere soggetto alle medesime leggi che ci caratterizzano, altrimenti per noi non avrebbe alcun senso, non riusciremmo minimamente a riconoscerci. Anche i robot sono statici e non a caso non pensiamo che siano umani, e quando vogliamo far credere che lo pensiamo è perché stiamo facendo fantasy o fantascienza. Oppure stiamo facendo degli esperimenti così banali – come p.es. quello di Turing -, che praticamente la nostra intelligenza è ridotta al minimo.

Anche quando il più grande scacchista del mondo gioca col computer più potente del mondo, si rende facilmente conto che le mosse del computer non sono mai geniali, ma sempre frutto di una memoria straordinaria, in grado di attingere, in breve tempo, a milioni di partite già giocate in precedenza dagli esseri umani. Se attingesse a partite giocate da esso stesso, perderebbe sicuramente. Invece così ha forse qualche possibilità di vincere. Non a caso Garry Kasparov arrivò a sospettare che la macchina Deep Blue avesse avuto un “aiuto” umano durante le partite e quando chiese la rivincita, l’IBM rifiutò.

E comunque l’essenza umana non è data dalla capacità di elaborare in un tempo ridottissimo una quantità enorme di dati. Questo potrebbe portare, sul piano umano, a conseguenze del tutto sbagliate, proprio perché nessun computer è in grado di tener conto dell’imponderabilità della libertà umana. Quando c’è di mezzo questa libertà, nulla è davvero prevedibile. Ed è bene che sia così.

Fa un po’ sorridere, in tal senso, la decisione della Cina di offrire mille euro in premio a chi le segnala dei siti porno onde impedirne la visione nel proprio paese. Non è forse questo un modo per sostituirsi, come governo, alla libertà di coscienza dei propri cittadini? Si può davvero garantire la libertà impedendone con la forza il cattivo uso? “Sorvegliare e punire”: non era forse questo il motto con cui si sono fatte nascere le moderne prigioni? E’ questo il metodo pedagogico per assicurare la vivibilità del bene sociale?

Per vincere il computer più intelligente del mondo è sufficiente ingannarlo. Gli Achei ci misero dieci anni a capire che per distruggere Troia non occorrevano le armi ma un semplice cavallo di legno. Lo stesso fece Sessa Ebu Daher quando decise ch’era venuto il momento di arricchirsi: semplicemente chiese al sovrano persiano, come ricompensa dell’invenzione del gioco degli scacchi, di avere un chicco di grano per il primo riquadro della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo, otto per il quarto e così via per tutti i 64 riquadri. Gli esseri umani sono maestri nel mettere trappole.

E’ sufficiente quindi andare oltre il fatto che il computer ragiona sempre in termini di prevedibilità, a prescindere dalla quantità di istruzioni che gli si mettono nella memoria di massa. Senza poi considerare che quanti più dati deve elaborare tanto più tempo gli occorre, mentre in certe particolari situazioni l’uomo può scegliere la cosa giusta in tempi brevissimi, fidandosi esclusivamente del proprio intuito, che si basa su un pregresso di esperienze in cui la libertà di coscienza, propria e altrui, ha giocato un ruolo enorme.

L’informatica è in fondo l’applicazione della matematica, che a sua volta è frutto di un lavoro dell’intelletto. La ragione – direbbe Hegel – è tutt’un’altra cosa, proprio perché deve tener conto dei movimenti della dialettica. S’è mai visto un politico dare piena ragione a un economista? E chi mai si fida ciecamente delle previsioni scientifiche del meteo, basate su precisi calcoli algoritmici?

Ecco perché dobbiamo uscire dall’illusione di credere che con l’informatizzazione dei dati si possa rendere la vita più umana. Quando pensiamo che il miglioramento della qualità della vita possa dipendere dal controllo delle informazioni su di essa, stiamo assistendo a un puro e semplice miraggio, che è quell’effetto ottico che inganna soprattutto i giornalisti e quanti pensano che la garanzia della democrazia dipenda dall’informazione.

Sotto questo aspetto non si può certo dire che fossero più sprovveduti gli antichi che si affidavano ai responsi di maghi e indovini. Mettiamoci per un attimo nei panni di uno di loro e vediamo se c’è qualcuno in grado di smentirci. Presto avremo a che fare coi grandi paesi asiatici che, prendendo a pretesto il fatto che nei paesi occidentali l’affermazione di un valore umano resta sempre puramente teorica, imporranno al mondo intero l’idea che, piuttosto di accettare questa contraddizione, è meglio fare in modo che i valori umani affermati in sede teorica siano pochissimi, ma coerentemente applicati in virtù di un’istanza superiore, che può essere p.es. un governo autoritario. Non dimentichiamo che nel mondo romano gli imperatori assolutistici riuscirono a imporsi sui senatori democratici semplicemente dicendo che volevano fare gli interessi delle plebi e le plebi gli credettero.

Contro questo pericolo autoritario come potremo difenderci? Rivendicando in astratto i diritti umani? L’unico vero diritto che potremo rivendicare sarà quello alla “felicità”. Quanto tutti i diritti saranno negati non resterà, paradossalmente, che questo. Ovviamente non nel senso dei costituzionalisti americani, per i quali “felicità” e “proprietà privata” erano sinonimi.

Sieyès si chiedeva agli albori della rivoluzione francese che cosa fosse il Terzo Stato: oggi invece dobbiamo iniziare a chiederci che cosa sia la “felicità”. Una definizione possibile, contro ogni forma di dittatura, politica o economica, può essere questa: felicità vuol dire ricevere da qualcuno della comunità qualcosa che in fondo avrebbe potuto darsi anche colui che l’ha ricevuta, proprio perché non era da quella cosa che dipendeva la sua vita. Detto altrimenti: felicità vuol dire che quando si riceve qualcosa da qualcuno della comunità, non si ha l’impressione che il donatore lo voglia fare per pretendere un dominio personale.

Felicità insomma vuol dire, comunque la si metta, “senso dell’autonomia”, ovvero “libertà personale”: vivere la libertà dentro una comunità, una comunità di cui ci si fida, proprio perché si è consapevoli che la divisione del lavoro viene usata non per sottomettere chi non sa fare determinate cose, ma per agevolare l’autonomia di tutti.

Qualunque specializzazione del lavoro, che comporti delle conoscenze esclusive, va contro gli interessi dell’autonomia, sempre che queste conoscenze vengano usate per beni che riguardano gli aspetti essenziali di una comunità, quelli appunto che ne garantiscono la sopravvivenza, la riproduzione.

Infatti, se vogliamo garantirci la “felicità” dobbiamo preventivamente sostenere che una qualunque specializzazione del lavoro ha senso solo a due condizioni: che resti patrimonio di tutti, che non riguardi gli aspetti essenziali di una comunità. Non ci si può fidare di chi ha troppe conoscenze e non le mette immediatamente a disposizione di tutti, a meno che non le usi per il proprio tempo libero.

La felicità per gli Statunitensi

Si ha diritto alla felicità? Chi può averne diritto? Perché oggi la felicità rientra nelle utopie irrealizzabili? Che cos’è la felicità?

Il diritto alla felicità venne messo nella Costituzione dagli americani che, ribellandosi alla madrepatria inglese, costruirono gli Stati Uniti. Mentre rivendicavano quel sacrosanto diritto, lo negavano agli indiani, sottoposti a genocidio, e agli schiavi africani, che nelle terre dei farmers coltivavano tabacco e cotone da esportare in Europa.

E’ bello avere “diritto alla felicità” (gli yankee, per realizzarlo, ci hanno edificato sopra quella fabbrica di sogni chiamata Hollywood), ma se alla seconda domanda non si risponde “tutti”, quel diritto diventa una farsa.

Per gli americani il diritto alla felicità era il diritto di farsi da sé (self-made man), calvinisticamente parlando, cioè senza tanti scrupoli, sulla base dell’assunto che senza soldi non c’è nessun diritto e quindi nessuna felicità. Sono i dollari che fanno felici, perché senza quelli non si può comprare nulla, non si può esistere, specie in un paese conflittuale e competitivo come quello. In America si è nella misura in cui si ha.

Questo principio è così forte che gli americani non amano risparmiare ma investire, e lo fanno anche quando non hanno sufficienti capitali. S’indebitano nella convinzione assoluta si riuscire a realizzare i loro sogni. Vivono al di sopra delle loro possibilità, perché sin da bambini hanno appreso la lezione dai loro maestri e dai loro genitori, continuamente confermata da psicologi filosofi politici economisti, persino dai dirigenti sportivi: “devi aver fiducia nelle tue capacità e nella grandezza e potenza della tua nazione, che è la più importante del mondo”.

Chi ha voluto speculare su questa cieca fiducia nel progresso, su questa autoipnosi collettiva (banche, istituti finanziari, assicurazioni…), ha fatto indebitare gli americani fino al collo, mettendoli sul lastrico. I grandi colossi dell’economia e della finanza non hanno mantenuto le loro promesse di felicità: hanno delocalizzato le imprese là dove il costo del lavoro è molto più basso che in patria, hanno speculato in borsa facendo pagare i crack finanziari agli investitori, hanno emesso dei titoli finanziari che non valevano nulla perché basati sul debito altrui, hanno falsamente garantito, pur di attirare capitali stranieri, alti tassi di rendimento sui prestiti finanziari…

Oggi gli Usa sono il paese più indebitato del mondo e se non avessero un altro paese, chiamato Cina (fino a ieri odiatissimo), che sostiene il loro debito pubblico, a quest’ora avrebbero già dichiarato bancarotta, trascinando nel loro vortice di debiti mezzo mondo, con conseguenze a dir poco catastrofiche, anche perché gli americani non sopportano che qualcuno faccia loro aprire gli occhi.

Già oggi, per colpa dei loro sogni fanciulleschi, l’economia del pianeta vacilla paurosamente, e tutti vengono costretti a contribuire a non far esplodere questa bolla di sapone, che si libra nell’aria, riflettendo i colori del sole, e che ci piace guardare con gli occhi spalancati di un bambino.

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La fionda digitale

Beh, una piccola soddisfazione me la voglio proprio togliere… Sarà la vecchia storia di Davide e Golia, ma è sempre bello poter credere che qualche volta i piccoli arrivano prima dei grandi…

Vi racconto: da qualche giorno si fa un gran can can in rete sul fatto che sono arrivati i primi libri in italiano sull’ipad (ma anche iphone, perché l’applicazione ibooks si può scaricare anche sul telefonino). Ne parlano la Repubblica, Il Sole 24 ore e svariate altre testate, dicendo che è tutto merito di una società pisana (nonmiricordoilnomeenonimporta) che, per prima, ha offerto libri in italiano che non siano quelli del Progetto Gutemberg.

I primi testi Adea su Ipad I primi testi Adea su Ipad

Beh, non è vero! La Adea edizioni è sull’Apple Bookstore da più di un mese con 20 titoli, e sta già vendendo libri in USA, Canada, Gran Bretagna, Francia e Germania (veramente molto pochi, perché sono in lingua italiana).

Altra imprecisione: i titoloni dicono che finalmente sono disponibili i libri sul bookstore italiano, e ancora non è vero. Siccome Apple non ha ancora aperto il “negozio” italiano per via delle indecisioni dei grandi editori, infatti, quei libri sono disponibili sui bookstore di altri Paesi, a cui è possibile accedere dall’Italia solo con un account locale.

La cosa si fa complicata, vero?… Non importa, la pianto qui. Ma mi dà una certa soddisfazione constatare che tutta l’industria editoriale italiana, con titoli straordinari, autori formidabili, e redazioni, mezzi, interi settori informatici e aree marketing, sta ancora lì indecisa. Tutto quel mondo di esperti ancora dibatte sulla forma del libro digitale (ma in realtà è preoccupata dalla pirateria e dal difficile controllo della distribuzione e dei prezzi) e intanto per primi ci siamo arrivati noi.

Padroni del vostro destino su Ipad Padroni del vostro destino su Ipad

Proprio noi, che amiamo il libro di carta e inchiostro come pochi, che odoriamo tra le pagine, che ricordiamo sempre epoche in cui per un libro si rischiava la vita o si viaggiava per anni.

Ma proprio perché ne amiamo più i contenuti che la forma, proprio noi per primi lasciamo andare il vecchio al suo destino. Purché la conoscenza si diffonda, scriveremmo anche su lastre d’acciaio. Scomode da portare in giro, ma assai resistenti alle tempeste solari del 2012, tanto temute dagli hard disk.

Volevo dirvelo. Ci ho lavorato da solo tutta l’estate. Ma ora, mentre gli eserciti dei grandi stanno cominciando a muovere battaglia, noi siamo già in giro per il mondo da un po’.

Una bella sassata nell’occhio, caro Golia!


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